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Libri letti nel 2025
Con quattro segnalazioni
Quest’anno ho letto meno libri. Di solito ne leggo una trentina, l’elenco alla fine della pagina ne riporta 231. C’è stato un lungo periodo, a inizio anno, durante il quale ho cominciato libri nuovi che ho poi abbandonato. Col passare dei mesi mi sono reso conto che forse non era solo colpa dei libri: in quel periodo non avevo un divano. Di alcune cose ti accorgi solo quando non ci sono. Per leggere, il divano è fondamentale.
Quest’anno ho letto più romanzi. Di solito non leggo le saghe, ma dopo aver letto il primo libro de Il volume del tempo della scrittrice danese Solvej Balle ho poi letto anche i due successivi, al momento gli unici tradotti in Italia (ce ne saranno altri). La storia di partenza è come in Ricomincio da capo: la protagonista rivive sempre lo stesso giorno. Non è però una commedia e si sviluppa in tutt’altro modo rispetto al famoso film con Bill Murray. La lettura dei tre libri è stata molto stimolante. Per dire quanto mi abbia preso, a un certo punto pensavo come la protagonista, immaginando modi per sopravvivere e cercando di capire le dinamiche di un mondo con un giorno infinito. Man mano che leggevo pensavo a quale dei giorni precedenti sarebbe stato più comodo, se ci fossi rimasto bloccato.
Uno dei miei libri preferiti dell’anno scorso è stato La parete. Quest’anno sono finito su Io che non ho conosciuto gli uomini, che ho letto con piacere e che me l’ha ricordato, più per la struttura che per le vicende. Entrambi sono romanzi sotto forma di diario che raccontano eventi del passato della protagonista.
Non avevo mai letto Uomini e topi. È un libro breve, ambientato in un mondo a me lontano (la California rurale degli anni ’30), che ho letto in una mattina e ho trovato notevolissimo. Mi è venuta voglia di leggere altro di John Steinbeck.
Ho letto anche altri libri che mi sono piaciuti e che meriterebbero una citazione, ma per ragioni di spazio mi soffermo solo su alcuni. Magari l’anno prossimo sperimenterò un nuovo format per questo resoconto, con una frase per ogni libro letto. Per quest’anno, oltre a quelli citati finora, segnalo altri quattro libri in cui, ho notato, ci sono più sottolineature e che in qualche modo mi sono rimasti più in testa.
Modi di essere

Di James Bridle avevo già letto La nuova era oscura, dove analizzava gli effetti opachi dell’ideologia tecnologica. In Modi di essere riprende alcuni di quei temi, spostando l’attenzione sulle relazioni, sull’intelligenza come fenomeno distribuito e su possibili alternative.
Con l’avvento delle cosiddette intelligenze artificiali sono emerse molte riflessioni su cosa sia l’intelligenza. Bridle ne parla diffusamente, mettendo in discussione l’idea che l’intelligenza sia una qualità esclusivamente umana o individuale. Scrive anche, attraverso molti esempi, che l’intelligenza non è qualcosa da misurare o testare, ma da riconoscere nelle molteplici forme che assume.
È bene ribadirlo: l’intelligenza non è qualcosa che esiste, ma qualcosa che si fa; è attiva, interpersonale e generativa, e si manifesta quando pensiamo e agiamo.
Bridle osserva che, quando cerchiamo di misurare e descrivere il mondo, finiamo spesso per rendere evidenti i limiti dei nostri strumenti concettuali e dei nostri modelli.
In un capitolo parla di Lewis Fry Richardson, che tra le altre cose elaborò alcune delle prime regole per le previsioni meteorologiche matematiche. Richardson, in età avanzata, provò a formulare una base matematica per le cause della guerra e le condizioni di pace. La sua idea era che la propensione a farsi la guerra fosse legata alla lunghezza dei confini tra due Stati. Provando a misurarli si rese conto che ogni Stato aveva misure diverse dei propri confini, e da questa osservazione nasce il cosiddetto paradosso di Richardson: più si cerca di misurare accuratamente alcune cose, più esse diventano complesse.
Ciò che Richardson aveva scoperto erano quelli che il matematico Benoît Mandelbrot avrebbe poi chiamato «frattali»: strutture che si ripetono fino a una complessità infinita. Invece di condurre all’ordine e alla lucidità, un esame sempre più attento rivela soltanto altri dettagli e variazioni più lampanti.
Technopoly

Di Neil Postman avevo letto, qualche anno fa, Divertirsi da morire, un libro del 1986 che mi era sembrato attualissimo. In quel libro Postman analizzava come i media, in particolare la televisione, trasformassero il discorso pubblico in intrattenimento, rendendo sempre più difficile distinguere tra informazione, spettacolo e politica2.
Quest’anno ho letto Technopoly (1992), in Italia fuori catalogo, e mi è sembrato ancora più attuale. Un libro che fotografa con precisione il ruolo della tecnologia nella società occidentale. Mentre lo leggevo non potevo fare a meno di pensare ai monopoli tecnologici di oggi, tra l’altro molto più pervasivi di quelli del 1992.
Nel 1992, Postman, sociologo e teorico dei mass media, scriveva:
Una delle definizioni del tecnopolio sarà dunque questa: il tecnopolio è ciò che avviene a una società quando sono crollate le difese contro l’eccesso d’informazione, quando la vita istituzionale non basta più a gestire la troppa informazione, quando una cultura, sopraffatta dall’informazione generata dalla tecnologia, cerca di servirsi della tecnologia stessa per trovare orientamento chiaro e finalità umana.
Le nuove tecnologie alterano la struttura dei nostri interessi: le cose a cui pensiamo. Esse alterano il carattere dei nostri simboli: le cose con cui pensiamo. Infine alterano la natura della comunità: il terreno in cui si sviluppano i pensieri.
Postman fa poi una lunga riflessione sull’ossessione della tecnologia per la misurazione:
L’opera di Taylor, The Principles of Scientific Management, pubblicata nel 1911, contiene la prima descrizione esplicita e formale delle premesse dell'universo mentale del tecnopolio: la convinzione che il primo, se non l'unico, obiettivo del lavoro e del pensiero umano sia l’efficienza; che il calcolo tecnico sia comunque e sempre superiore al giudizio umano; che in effetti il giudizio umano non sia affidabile perché è minato da negligenza, ambiguità e da inutili sovrastrutture; che la soggettività sia un ostacolo alla chiarezza del pensiero; che tutto ciò che non si può misurare, o non esista o sia privo di valore; infine che gli affari dei cittadini debbano essere guidati e amministrati da esperti.
Anche in questo caso, ho fatto un’associazione mentale con il mondo digitale. Ci ho ripensato proprio l’altro giorno leggendo un articolo sul CEO di Cloudflare che si sta occupando del rapporto tra editori e AI e che riflette sul traffico come valuta di Internet:
A lot of the criticisms of the internet, of social media, come back to this idea that the currency of the internet is traffic. And the problem with traffic is that the best way to get traffic is to appeal to humans’ worst instincts – you know, fear, greed, lust.
L’intelligenza condivisa

È un libro del 2024 di Ethan Mollick, docente della Wharton University, che si occupa di intelligenza artificiale. L’ho letto a un anno dalla sua uscita e in alcuni casi mi è sembrato “già letto”. Sarà anche perché molti di questi temi sono stati poi ampiamente diffusi nel dibattito pubblico e ripresi in numerosi articoli. Non che le informazioni presenti nel libro fossero superate, anzi.
Una delle riflessioni presenti nel libro riguarda il modo in cui abbiamo sempre imparato a fare le cose e come questo modello stia cambiando con l’introduzione dell’intelligenza artificiale.
In genere si acquisiscono competenze partendo dalla base della piramide. L’apprendista falegname, lo stagista nella redazione di un periodico, il medico tirocinante. Spesso si tratta di lavori terribili, ma con uno scopo. Solo imparando da chi è più esperto, provando e sbagliando sotto il suo sguardo, i principianti diventano esperti a loro volta. Ben presto tutto questo cambierà grazie alla AI.
Il libro riflette anche su come usiamo questi nuovi software che chiamiamo AI:
[…] per il software tradizionale esistono tutorial e manuali di istruzioni, ma non per la AI. Non esiste una guida definitiva su come usare la AI nella nostra organizzazione. Stiamo tutti imparando con l’esperienza, inserendo prompt come fossero formule magiche e non codici di un normale software.
Il design come attitudine

Il titolo del libro di Alice Rawsthorn riprende una frase di László Moholy-Nagy (il design non è una professione, ma un’attitudine) e la usa come chiave per leggere il presente, mostrando come una parte del design contemporaneo si muova sempre più su terreni politici, culturali e sociali.
Nel capitolo La rinascita dell’artigianato, Rawsthorn riflette sulla scrittura di codice come forma di lavoro manuale, suggerendo che il software design possa essere letto anche come una pratica artigianale. Nell’epoca del vibe coding, questa riflessione suona particolarmente azzeccata.
Digitare le istruzioni per un computer sotto forma di codice è un processo che combina progettazione e manualità. Si potrebbe anche argomentare che il programmatore di software rientri nella definizione di artigianato concepita dal movimento Arts & Crafts – un individuo scrupoloso che dispiega le proprie competenze manualmente – pur utilizzando il mouse e la tastiera anziché il tornio o lo scalpello. Secondo questa logica, il software design riunisce in sé entrambi i concetti, artigiano e lavoro manuale, ponendosi come esempio concreto della possibilità, estendibile ad altri campi, di integrare tutte e tre le dimensioni: design, artigianato e lavoro manuale.
Ho letto con molto interesse anche le riflessioni sul design di interfacce. Rawsthorn mette in evidenza quanto sia complesso progettare sistemi che funzionino un po’ come la segnaletica – comprensibili a tutti, senza irritare gli esperti né confondere i neofiti – e, allo stesso tempo, quanto le interfacce, proprio perché relativamente recenti, permettano ancora un approccio più audace e sperimentale.
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In questo sito c’è anche una pagina che aggiorno durante l’anno con le copertine dei libri: /letture-2025 ↩
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Lo trovate nel resoconto delle letture del 2023 ↩
L'elenco completo delle letture del 2025 (qui con le copertine)
- Montaigne, di Stephen Zweig
- A spasso con il cane Luna, di Giorgio Vallortigara
- Una foto è una foto è una foto, di Silvia Camporesi
- Sovrumano, di Nello Cristianini
- Uomini e topi, di John Steinbeck
- Specie aliene, di Pietro Genovesi
- Il design come attitudine, di Alice Rawsthorn
- Modi di essere, di James Bridle
- La crisi della narrazione, di Byung-Chul Han
- L'intelligenza condivisa: Vivere e lavorare insieme all'AI, di Ethan Mollick
- Il volume del tempo III, di Solvej Balle
- L'ultima acqua, di Chiara Barzini
- Technopoly, di Neil Postman
- Il viaggio di Veronica, di Ferdinando Scianna
- Civiltà dello sguardo, di Francesco Dondina
- Cose umane, di Antonio Pascale
- In viaggio. Il volume del tempo II, di Solvej Balle
- L'enigma. Il volume del tempo, di Solvej Balle
- Un'altra idea dell'India, di Matteo Miavaldi
- Visus, di Riccardo Falcinelli
- Orbital, di Samantha Harvey
- Io che non ho conosciuto gli uomini, di Jacqueline Harpman
- A quattro zampe, di Miranda July