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  <title>Articoli — Ciro Esposito</title>
  <link>https://ciroesposito.com/articoli</link>
  <description>Articoli di Ciro Esposito</description>
  <language>it</language>
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    <item>
    <title>Caratteri tipografici</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/caratteri-tipografici</link>
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    <pubDate>Wed, 16 Sep 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Una nota con sette font</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>All’inizio, la mia newsletter <a href="https://dispenser.design/">Dispenser</a> aveva tante rubriche. Poi con il tempo si sono ridotte. L’unica rimasta sempre è quella che segnalava un nuovo carattere tipografico, anche perché per me era la più facile da gestire. Passo ore a guardare, catalogare, scaricare trial e testare caratteri tipografici.</p>
<p>Per capire se un carattere tipografico funziona, lo devo usare sul mio sito. È il mio modo per vedere come si comporta e farmi un’idea di come potrei integrarlo in un progetto.</p>
<p>Di recente ho risistemato il sito, ma non ho cambiato i caratteri tipografici. Al momento è ancora composto con il Supria Sans e il Dashiell Text. (Magari tra una settimana li cambio e dovrò poi cancellare questo paragrafo). Un anno fa, in un numero di una newsletter temporanea, avevo segnato alcuni font candidati a sostituire quelli in uso. Tra questi ho poi usato Calvino per le sezioni delle newsletter <a href="https://ciroesposito.com/viewport">Viewport</a> e <a href="https://ciroesposito.com/colophon">Colophon</a>. Ve li elenco sotto. Ne aggiungo anche uno extra, che userei per tutto: il <a href="https://ohnotype.co/fonts/montreuil">Montreuil di Oh No Type</a>.</p>
<hr />
<h3><a href="https://ohnotype.co/fonts/montreuil">Montreuil di Oh No Type</a></h3>
<figure><img loading="lazy" alt="Il carattere tipografico Montreuil di Oh No Type" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/caratteri-tipografici/810b266f85-1789552980/Montreuil.png"><figcaption>Montreuil di Oh No Type</figcaption></figure>
<p>Nasce da un’idea di quindici anni fa di <a href="https://www.instagram.com/p/DRH1v6xCNMH/?img_index=1">Julien Priez</a> (in arte Boogy Paper): un grotesque a basso contrasto (come lo definisce lo stesso James Edmondson). Modulare, ispirato ai Lego, pensato più per essere scomposto e ricomposto che per essere semplicemente usato. Da lì il team di Oh No Type ha sviluppato due versioni. Una più sperimentale, Play, con pezzi intercambiabili da comporre a piacere. Una più sobria, Text, pensata per i testi lunghi, ma che funziona anche per i titoli.</p>
<blockquote>
<p>There are two types of typefaces: those that can stand on their own and those that require more effort from the graphic designer to be effective. I believe in empowering designers to have fun and be creative with shapes and systems.</p>
<p>— Julien Priez, <em><a href="https://ohnotype.co/blog/the-process-of-montreuil">The Process of Montreuil</a></em></p>
</blockquote>
<p>Lettere preferite: la <em>t</em>, la <em>a</em>, la <em>g</em> e anche la virgola.</p>
<hr />
<h4>Per i titoli</h4>
<h3><a href="https://abcdinamo.com/typefaces/social">Social di Dinamo</a></h3>
<figure><img loading="lazy" alt="Il carattere tipografico Social di Dinamo" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/caratteri-tipografici/1b375da7da-1789552980/Social.png"><figcaption>Social di Dinamo</figcaption></figure>
<p>Un grotesque meno rigido e più “amichevole” , come lo descrivono gli stessi creatori. Lettere preferite: la <em>g</em> e la <em>a</em>.</p>
<h3><a href="https://www.nouvelle-grotesk.com/">Nouvelle Grotesque di Nouvelle Noire</a></h3>
<figure><img loading="lazy" alt="Il carattere tipografico Nouvelle Grotesque di Nouvelle Noire" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/caratteri-tipografici/fa5bcec3d0-1789552980/Nouvelle.png"><figcaption>Nouvelle Grotesque di Nouvelle Noire</figcaption></figure>
<p>Può sembrare l’ennesima reinterpretazione dell’Helvetica, ma l’obiettivo della fonderia non era creare un carattere neutrale, ma uno che fosse allo stesso tempo eccentrico e versatile per usi comuni. Lettere preferite: la <em>R</em> maiuscola, la <em>a</em> minuscola e le virgolette.</p>
<h3><a href="https://bureaubrut.com/en/product/brut-grotesque/">Brut Grotesque di Bureau Brut</a></h3>
<figure><img loading="lazy" alt="Il carattere tipografico Brut Grotesque di Bureau Brut" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/caratteri-tipografici/85cfa2d7b2-1789552980/Brut.png"><figcaption>Brut Grotesque di Bureau Brut</figcaption></figure>
<p>Più che all’Helvetica si ispira ad altri grandi classici come Folio, l’Akzidenz-Grotesk e il Neue Haas Grotesk. Lettera preferita: la <em>g</em> maiuscola.</p>
<hr />
<h4>Per il testo</h4>
<h3><a href="https://www.zetafonts.com/calvino">Calvino Text di Zetafont</a></h3>
<figure><img loading="lazy" alt="Il carattere tipografico Calvino Text di Zetafont" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/caratteri-tipografici/a25362d6a5-1789552980/Calvino.png"><figcaption>Calvino Text di Zetafont</figcaption></figure>
<p>Progettato da Andrea Tartarelli, si ispira ai principi delle <em>Lezioni americane</em> di Italo Calvino. Ne è venuto fuori un carattere ispirato ai primi serif (veneziani e francesi), molto leggibile, alto e snello. Lettera preferita: la <em>c</em> maiuscola e minuscola.</p>
<h3><a href="https://www.fostertype.com/retail-type/blanco">Blanco di Foster Type</a></h3>
<figure><img loading="lazy" alt="Il carattere tipografico Blanco di Foster Type" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/caratteri-tipografici/b1049d3a09-1789552980/Blanco.png"><figcaption>Blanco di Foster Type</figcaption></figure>
<p>Nato come progetto di un master, Blanco è un carattere tipografico pensato per i testi lunghi. Occupa poco spazio e funziona benissimo sugli schermi. Si ispira ai principi, più che allo stile, di Minion, Trinité, Swift e Palatino. Lettere preferite: la <em>a</em> minuscola e la <em>m</em> maiuscola.</p>
<h3><a href="https://www.typotheque.com/fonts/rapida">Rapida di Typotheque</a></h3>
<figure><img loading="lazy" alt="Il carattere tipografico Rapida di Typotheque" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/caratteri-tipografici/4148b20724-1789552980/Rapida.png"><figcaption>Rapida di Typotheque</figcaption></figure>
<p>Un altro font nato all’interno di un master. Tra l’altro lo stesso del Blanco, il master Type and Media presso la Royal Academy of Art a L’Aia. Molto interessante il lavoro sugli angoli e la pressione, ispirati alla scrittura a mano. Lettere preferite: la <em>r</em> e la <em>a</em>.</p>
<hr />
<p>Se non su questo sito, magari uno di questi potrei usarlo per qualche altro progetto. Nel frattempo continuo a provare font.</p>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Nuovo sito</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/nuovo-sito</link>
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    <pubDate>Sat, 12 Sep 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Un po’ di pulizie, qualche cambiamento e qualche nota sul sito personale</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>Qualche mese fa ho rifatto questo sito. Come ho scritto in altre occasioni, rifaccio il sito spesso, ma quasi mai lo metto online. A volte riscrivo il CSS, a volte provo nuovi layout, altre aggiungo nuove sezioni senza però linkarle da nessuna parte<sup id="fnref1:1"><a href="#fn:1" class="footnote-ref">1</a></sup>.</p>
<p>Lo rifaccio perché mi diverte, mi permette di fare sperimenti ed è una scusa, diciamo così, per imparare cose nuove. Il solo fatto di dovermene preoccupare<sup id="fnref1:2"><a href="#fn:2" class="footnote-ref">2</a></sup> lo trasforma in un laboratorio. Ogni idea che mi viene, anche molto semplice, prima o poi crea un problema, e quel problema mi costringe a capire (scoprire) qualcosa che prima non sapevo.</p>
<p>Stavolta l’ho cambiato anche per esigenze pratiche. Uso il sito in maniera più intensa di prima. Ci ho aggiunto <a href="https://ciroesposito.com/viewport/">Viewport</a>, la newsletter che ospito qui, e una sezione con il materiale delle lezioni per i miei studenti. La vecchia struttura cominciava a essere scomoda.</p>
<h3>Struttura e organizzazione</h3>
<p>In questa versione ho cambiato un po’ il layout, anche se non è troppo diverso da quello precedente. Ho riorganizzato la home page, dove ora ci sono gli ultimi articoli e quelli un po’ più vecchi che magari vale ancora la pena leggere. Tra i due blocchi ho inserito un modulo per ricevere i nuovi articoli via email.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="La nuova home page del sito, con l’elenco degli articoli recenti e i pallini arancioni che segnalano quelli in evidenza" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/nuovo-sito/9c0ac37ce9-1789218977/home-new.png"><figcaption>La nuova home</figcaption></figure>
<figure><img loading="lazy" alt="La vecchia home page del sito, con l’ultimo articolo in evidenza in alto e la lista degli articoli recenti sotto" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/nuovo-sito/bd4114dce9-1789218977/home-old.png"><figcaption>La vecchia home</figcaption></figure>
<p>Ho aggiunto anche una <a href="https://ciroesposito.com/link">sezione link</a>, che si alimenta dalle sottolineature che faccio quando leggo qualche articolo. È una specie di microblog. È un po’ quello che facevo quando usavo social come il fu Twitter. Leggevo un articolo, facevo una brevissima sintesi e la condividevo.</p>
<p>La palette colori è rimasta la stessa. Anche i caratteri tipografici sono rimasti gli stessi: il Supria Sans (che da anni compone i titoli di questo sito) e il Dashiell Text.</p>
<h3>Taccuino personale e didattico</h3>
<p>Nel tempo è cambiato anche il ruolo del sito. È stato un portfolio, è stato un raccoglitore di link verso altri luoghi in cui condividevo contenuti. Poi ho cominciato a riportarci cose fatte o scritte altrove, poi è diventato una specie di taccuino. Ultimamente sta diventando uno strumento di lavoro.</p>
<p>Ho trasferito qui, per esempio, il materiale delle lezioni. C’è una sezione riservata che gli studenti usano per consultare slide, scadenze e cose da fare, sapere quando ci sono le revisioni e prenotarsi. Ho sempre usato strumenti diversi per estendere le lezioni (blog, Tumblr, gruppi Facebook e, più di recente, Notion). Ora il sito mi sembra la soluzione più semplice.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="La home della sezione biennio, con le card per Programma, Lezioni, Risorse, Esercizi, Esame e Note" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/nuovo-sito/4f6d9c5b7c-1789300309/biennio.png"><figcaption>La home della sezione di un corso riservata agli studenti</figcaption></figure>
<h3>Newsletter</h3>
<p>Ho una newsletter con il proprio sito, <a href="https://dispenser.design/">Dispenser.Design</a> (avviata nel 2017). Nel tempo ho poi fatto altre newsletter, quasi tutte temporanee. Alcune con un proprio sito, altre senza (archivio e iscrizione erano su <a href="https://buttondown.com/refer/colophon">Buttondown</a>, il servizio che uso per inviare le newsletter).</p>
<p>Per l’ultima che ho avviato, <a href="https://ciroesposito.com/viewport/">Viewport</a>, ho deciso invece di ospitarla qui, facendo una sezione apposita. Mi è sembrata una buona idea e ci ho trasferito un’altra newsletter temporanea fatta anni fa, <a href="https://ciroesposito.com/colophon">Colophon</a>.</p>
<p>Su questo sito c’è una pagina newsletter, che prova a mettere ordine, anche se non sono sicuro ci riesca in maniera efficace.</p>
<h3>RSS</h3>
<p>Versione breve per chi li usa. È possibile ricevere i nuovi articoli e link con <a href="https://ciroesposito.com/feed">questo feed</a>. È possibile ricevere solo i <a href="https://ciroesposito.com/link/feed">link</a> e solo gli <a href="https://ciroesposito.com/articoli/feed">articoli</a>.</p>
<p>Versione per chi non li usa e non sa cosa sono. RSS è un modo per seguire gli aggiornamenti dei siti che vi interessano senza doverli visitare ogni volta (e senza dipendere da un social). È un po’ come una newsletter, ma senza dover lasciare la vostra email. Oppure come seguire un account, ma senza una piattaforma e un algoritmo che decide cosa mostrarvi e quando.</p>
<p>Funziona così: (1) scaricate un’app lettore (es. <a href="https://netnewswire.com/">NetNewsWire</a>, gratuita e open source, ma ce ne sono molte altre); (2) incollate l’indirizzo del feed; (3) da quel momento i nuovi articoli arrivano lì automaticamente.</p>
<p>Un lettore RSS è un raccoglitore personale di contenuti in cui siete voi a scegliere le fonti. Potete raccogliere nello stesso posto, per esempio, blog personali, magazine di design, siti di studi e autori, canali YouTube e podcast. Quando una di queste fonti pubblica qualcosa di nuovo, l’aggiornamento compare nel vostro lettore.</p>
<p>Per chi vuole approfondire, <a href="https://zapier.com/blog/best-rss-feed-reader-apps/">questo articolo</a> di Zapier raccoglie alcuni dei lettori RSS più diffusi.</p>
<h3>Foto</h3>
<p>Uno dei miei primi blog credo sia stato proprio un <a href="https://ciroesposito.com/foto/">photoblog</a> giornaliero. Da qualche anno provo a rimetterlo su, senza troppa costanza. Quest’estate ho ricominciato. Anche per le foto del photoblog è possibile <a href="https://ciroesposito.com/foto/feed">riceverle via RSS</a>.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="La griglia del photoblog con alcune foto di ombrelloni al mare scattate durante l’estate" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/nuovo-sito/290bb0214b-1789218977/photoblog.png"><figcaption>La griglia del photoblog</figcaption></figure>
<div class="footnotes">
<hr />
<ol>
<li id="fn:1">
<p>Come la sezione <a href="https://ciroesposito.com/letture/">letture</a>, con la raccolta delle copertine dei libri che ho letto durante l’anno.&#160;<a href="#fnref1:1" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:2">
<p>Qualche anno fa Ethan Marcotte scrisse un post sull’argomento, che da allora è diventato il riferimento per tutti i possessori/gestori di un sito personale. Si intitola <em><a href="https://ethanmarcotte.com/wrote/let-a-website-be-a-worry-stone/">Let a website be a worry stone.</a></em>&#160;<a href="#fnref1:2" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
</ol>
</div>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Tab aperte #5</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/tab-aperte-5</link>
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    <pubDate>Thu, 27 Aug 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Ricominciare, la fine di un’era, l’attrito</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p><em>Tab aperte è una <a href="https://ciroesposito.com/articoli/tag/Tab+aperte">rubrica</a> che mette assieme alcune delle tab aperte sui vari browser, con link e commenti.</em></p>
<hr />
<p>Ho sempre letto con interesse articoli, e anche libri, su come organizzare appunti e note. Da qualche parte, non ricordo di preciso, si consigliava di non cambiare spesso strumento. Usare sempre la stessa app per anni è un ottimo modo per essere costanti e tenere tutto nello stesso posto.</p>
<p>Ecco, io ho sempre fatto il contrario. Uso più app, le cambio spesso, cambio sistema, cambio flusso. E puntualmente mi perdo e mi ritrovo a cercare in posti diversi: Drafts, Readwise, Ulysses e chissà dove.</p>
<p>Da poco ho cambiato di nuovo. Per qualche anno ho usato Craft, che continua a piacermi molto, e sto passando a Obsidian. La scusa, quella che sto dicendo in giro, è che volevo lavorare direttamente sui file, possederli (e cito il bel post del CEO di Obsidian, <a href="https://stephango.com/file-over-app">File over app</a>). Non che gli altri programmi non lo permettano, ma girano perlopiù dentro i loro sistemi — sul mio computer o sui loro server, cambia poco. (A un certo punto mi piacerebbe fare anche una versione web delle mie note, ma è un effetto possibile, non il motivo.)</p>
<p>Il fatto è che in realtà ricominciare da capo mi piace. Gli inizi sono sempre la parte migliore. Emergono nuove idee, ci sono nuovi stimoli, c'è più attenzione. Di solito ricomincio quando mi accorgo che ho smesso di fare una cosa senza averlo deciso. Cambiare strumento non risolve niente sul piano tecnico, di flusso o di struttura. Continuerò a prendere male le note e a perderne qualcuna, ma intanto per un po' mi rimetto lì a guardare, che poi è il punto.</p>
<p>In questa fase sto leggendo un po’ di cose e ho ancora aperta la <a href="https://notes.andymatuschak.org/About_these_notes?stackedNotes=z5E5QawiXCMbtNtupvxeoEX">pagina di Andy Matuschak</a> sulle note evergreen:</p>
<blockquote>
<p>Evergreen notes are written and organized to evolve, contribute, and accumulate over time, across projects.</p>
</blockquote>
<p>I principi sono cinque, ne segno qui due: una nota dovrebbe riguardare una cosa sola, e dovrebbe essere collegata a molte altre. Il resto lo fa il tempo. Quelle note funzionano perché restano lì per anni e si accumulano. E funzionano ancora di più rivedendole, scartandole, riscrivendole. Andy Matuschak ha una <a href="https://notes.andymatuschak.org/zHTevHGZQPu8QHpRhUmtsuK">routine mattutina</a>, io cambio strumento.</p>
<p>L’archivio e l’attenzione sono due obiettivi diversi e uno senza l’altro non serve a molto. Si prendono note per <a href="https://notes.andymatuschak.org/zFuk9QqspNYHAgvzZc33ZGH">non dimenticare</a>, ma si dimentica lo stesso, anche archiviando tutto, se poi non ci si presta attenzione.</p>
<p>Ogni volta che ricomincio, riguardo quello che ho salvato. Riscopro qualcosa, cancello tante note, quelle che mi danno la sensazione di essere lì solo a occupare spazio.</p>
<hr />
<p>È uscita la terza stagione di Silo, se la seguite. Questo blocco però non parla della serie, ma dell'autore dei romanzi da cui è tratta, Hugh Howey. Non sapevo avesse un blog da più di quindici anni, l'ho scoperto finendo su un suo post recente, <em><a href="https://hughhowey.com/the-end-of-an-era/">The End of an Era</a></em>.</p>
<p>La tesi di base dell'articolo è che per circa vent'anni scrivere è rimasto faticoso mentre pubblicare era diventato facile e quasi gratuito. Lo stesso Howey ha autopubblicato i suoi libri, diventati un successo prima del contratto con una casa editrice<sup id="fnref1:1"><a href="#fn:1" class="footnote-ref">1</a></sup> e della serie tv. Ora anche scrivere è diventato facile, o almeno, accessibile a tutti, chiudendo appunto un'era.</p>
<p>Una delle conseguenze di questo cambiamento è che sarà sempre più difficile provare di aver scritto senza AI. E che i tratti che un tempo erano la firma di una voce formata oggi fanno subito pensare a un testo generato:</p>
<blockquote>
<p>I now feel awful for anyone who wants to tell a story post-2026. You will forever be doubted. If you love an em dash the way I do, or you like flowy run-on sentences like I do, if you grew up reading Proust to let the words flow over you in all their glory, if you memorized sonnets so the iambic pentameter would soak into your bones, you're gonna sound like a fucking bot.</p>
</blockquote>
<p>Di recente <a href="https://www.anthropic.com/news/claude-text-watermark">Anthropic ha annunciato</a> che aggiungerà un watermark ai testi che produce Claude. Un watermark che marca il passaggio (il fatto che è stato usato Claude), non la paternità. E per loro stessa ammissione funziona peggio proprio sui testi brevi, sul codice e sul contenuto fattuale, dove le parole tra cui scegliere sono poche. Nelle prove che ho fatto io con i sistemi che invece provano a distinguere a posteriori testi umani e generati, i testi dove non uso l'AI neanche per rileggere finora vengono sempre classificati come umani; sugli altri i risultati sono molto più incerti. Non è una prova di niente, ma sarà sempre più difficile capire dove passi il confine.</p>
<p>La domanda "l’hai scritto tu?" non ha più una risposta secca. Già ora l'AI è entrata nel processo di lavoro, che sia la ricerca, la sintesi di articoli o l'editing di base. Howey racconta nell'articolo di usarla già, non solo per la ricerca, ma anche per altre attività intorno alla scrittura.</p>
<p>Vi ricopio un’avvertenza letta in fondo a un altro <a href="https://www.oreilly.com/radar/the-design-system-as-the-control-plane-for-ai-generated-ui/">articolo</a> (non quello di Howey):</p>
<blockquote>
<p>AI assistance was used lightly for phrasing, editing, and tightening parts of this draft. The article’s ideas, structure, examples, and final review are my own.</p>
</blockquote>
<hr />
<p>Marcin Wichary ha scritto un post intitolato <em><a href="https://unsung.aresluna.org/creativity-is-fundamentally-not-an-efficiency-problem/">Creativity is fundamentally not an efficiency problem</a></em>. Il titolo da solo dà già spunti e innesca riflessioni. Ci mette dentro due posizioni che sembrano andare in direzioni diverse. <a href="https://hachyderm.io/@inthehands/116870805498969996">Paul Cantrell</a>, l’autore della frase del titolo: il lavoro creativo continua a richiedere la stessa quantità di lavoro, cura e attenzione umana, anche quando la tecnologia elimina le fasi che costavano tempo. <a href="https://www.gingerbill.org/article/2026/07/10/good-tools-are-invisible/">Ginger Bill</a>: uno strumento è tanto buono quanto invisibile, fino a quando non emergono i suoi limiti. Non tutti gli strumenti possono fare tutto. Molti scambiano l’attrito dei limiti dello strumento per la parte divertente, confondendo il sentirsi produttivi con l’esserlo.</p>
<p>Wichary tiene insieme le due posizioni:</p>
<blockquote>
<p>I think ultimately indeed, the tool does need to disappear, and make you be in charge of whatever speed you want to operate at, and how much friction or difficulty you choose to face.</p>
</blockquote>
<p>Quindi non è una questione legata al togliere l’attrito o tenerlo. È chi decide quanto tenerne: la velocità dovrebbe essere una scelta di chi lavora, non l’impostazione predefinita dello strumento.</p>
<p>In un’altra tab c’è <a href="https://mass-driver.com/article/from-human-hands">una versione più rigida</a> della stessa cosa (non so se però “rigida” sia la parola giusta). La fonderia Mass-Driver, che avevo linkato anche nel numero scorso di questa rubrica, scrive:</p>
<blockquote>
<p>A tool that shields us from the friction of the work is compelling, but if we don't experience the friction, we will never change the work.</p>
</blockquote>
<p>Loro la mettono così: se nessuno prova più la scomodità, nessuno inventa la soluzione che ancora non c’è. E visto che disegnano caratteri, il salto lo fanno sulla scrittura: chi decide che un processo vecchio quanto la scrittura stessa è già finito, e che da qui in poi ogni lettera sarà solo un remix?</p>
<p>In un corso che ho tenuto a fine luglio, all’interno di un master, ho dato agli studenti un criterio per fermarsi: ogni contenuto ha un posto, ogni pagina dice dove ti trovi. Dovevano fermarsi a un prototipo base. Sono arrivati a pagine in HTML-CSS con l’aiuto di qualche agente AI per il codice. Guardandoli lavorare notato un attrito era di un altro tipo. Non legato al codice, ma a capire cosa chiedere e giudicare quello che tornava, e non è stato immediato.</p>
<div class="footnotes">
<hr />
<ol>
<li id="fn:1">
<p>Qui volendo si potrebbe aprire una lunga parentesi. Howey <a href="https://www.writersdigest.com/be-inspired/how-hugh-howey-turned-his-self-published-story-wool-into-a-success-a-book-deal">all'epoca</a> non volle cedere i diritti digitali dei suoi libri e firmò un contratto solo per la riproduzione cartacea.&#160;<a href="#fnref1:1" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
</ol>
</div>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Al Design Bomb</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/design-bomb</link>
    <guid isPermaLink="true">https://ciroesposito.com/articoli/design-bomb</guid>
    <pubDate>Wed, 27 May 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Un festival di design a Catania</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>C’è stato un periodo in cui, durante l’anno, andavo a tantissime conferenze e festival, più o meno grandi. Ci andavo perché mi faceva piacere e anche perché spesso invitavano Tiragraffi, una rivista che parlava di design e comunicazione, a cui ho contribuito per un po’ di anni (ciao Valentina, come stai?).</p>
<p>Quando andavo in “missione” per Tiragraffi facevo quelle che si chiamavano “dirette Twitter” (quando ancora esisteva il feed cronologico e non quello algoritmico) e poi un lungo articolo di report.</p>
<p>Il 23 e il 24 maggio ho partecipato, a Catania, al Design Bomb e sono andato con lo spirito della “missione”. Ho preso appunti durante i talk, condividevo foto su Instagram, con l’idea di scrivere poi un resoconto.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="Due organizzatori sul palco del Design Bomb Festival con uno schermo grafico sullo sfondo" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/design-bomb/4a3ebd13a0-1783757075/design-bomb-2.jpg" title="Design Bomb Festival, Catania"><figcaption>Design Bomb Festival</figcaption></figure>
<p><a href="https://www.designbomb.it/">Design Bomb</a> è un festival sul design organizzato dall’agenzia catanese <a href="https://www.thewavestudio.it/">The Wave</a>. Negli anni passati ne hanno organizzato una versione più familiare, nel cortile dei loro uffici. Quest’anno hanno pensato bene di evolvere l’idea, con una sede più grande e due giorni di talk.</p>
<p>Gli ospiti della due giorni erano 16, con esperienze e approcci diversi. Dall’editoria cartacea all’AI, passando per arte, illustrazione, formazione e strategia.</p>
<hr />
<h3>Primo giorno</h3>
<figure><img loading="lazy" alt="Il palco del Design Bomb Festival con due speaker e lo schermo con la scritta Design Code Surf" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/design-bomb/2c5791f5e5-1783757075/design-bomb.jpg" title="Design Bomb Festival, Catania"><figcaption>Design Bomb Festival</figcaption></figure>
<p><strong>Francesco Franchi</strong> ha aperto il pomeriggio raccontando dieci anni di lavoro a <em>La Repubblica</em>. Durante il suo intervento ha mostrato il lavoro del più corposo re-design del giornale di qualche anno fa, con un’ecosistema stratificato, riconoscibile, con un’energia visiva che non si trova spesso in quel tipo di prodotto editoriale<sup id="fnref1:1"><a href="#fn:1" class="footnote-ref">1</a></sup>. Poi è cambiato il direttore e molto di quel lavoro è stato smontato.</p>
<p>Il talk di <strong>Davide Cremonesi</strong> su un’app, progettata dalla sua azienda per un noto tagliaerba, era potenzialmente interessante, ma avendo avuto poco contesto all’inizio, non sono riuscito a capire subito cosa stavamo vedendo. (Magari il problema è stato mio).</p>
<p><strong>Niccolò Miranda</strong> ci ha fatto fare un giro nel futuro. Oculus, metaverso, interfacce spaziali. Sono mondi che conosco poco e non ho tanto da dire. Mentre però mostrava video degli occhiali di Meta mi è venuto in mente un articolo che ho letto qualche giorno fa, dove si parlava del ritorno dei Google Glass e pensavo a quanto siano a un filo dal diventare oggetti di retro-futuro. Perfetti per Fallout o Severance.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="Sarah Mazzetti sul palco con lo schermo che mostra una sua illustrazione colorata" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/design-bomb/ba3bb7b866-1783757075/mazzetti.jpg" title="Sarah Mazzetti al Design Bomb Festival"><figcaption>Sarah Mazzetti</figcaption></figure>
<p>Ho trovato molto interessante l’intervento di <strong>Sarah Mazzetti</strong>, anche perché mi piace molto quello che fa e come lo fa. Ha mostrato i suoi lavori di illustratrice per il <em>New York Times</em>, <em>New Yorker</em> e mille altri progetti, anche personali.</p>
<p><strong>Gido Guidotti</strong> aveva catturato la mia attenzione già dal titolo del talk, “Com’è l’acqua?”, citando il discorso di David Foster Wallace, <em>Questa è l’acqua</em>. La storiella che introduce il discorso di David Foster Wallace racconta di due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che chiede «Com’è l'acqua, ragazzi?». I due vanno avanti, e a un certo punto uno chiede all’altro: «Cos’è l'acqua?»</p>
<p>Se non conoscete il discorso di Foster Wallace del 2005 – disponibile in vari formati (audio, video, testo), e anche in <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-di-lingua-inglese/questa-e-lacqua-david-foster-wallace-9788806199692/">formato libro</a> – vi invito a recuperarlo. Se già lo conoscete, sapete già dove porta quella storiella. Guidotti l’ha usata per parlare di design strategico, quello che non si vede, ciò che è così presente da diventare invisibile.</p>
<p>Poi è stato il turno di <strong>MariStella Ferraro</strong>, creative director di Lexroom, un sistema AI per avvocati, con un talk del titolo “L’estetica è morta. Il senso no.” Il concetto mi è stato quasi subito chiaro: in un mondo in cui l’esecuzione visiva corretta diventa una commodity, quello che fa la differenza è il suo senso. Giusto. Ma forse diamo alla parola “estetica” due significati diversi.</p>
<p>L’estetica non è solo come appare, è un po’ anche un posizionamento, l’idea di come può essere rappresentato qualcosa. Senza un’idea di estetica, non penso che il senso ci salverà. Non so se MariStella intendesse questo o qualcosa tipo “le immagini le fa l’AI, le fa bene, noi dobbiamo pensare al senso”.</p>
<p>A me sembra che quello che con l'AI si inflazionerà (e in parte è già inflazionato) non sia l’estetica, ma la conformità visiva. Che non è manco "colpa" dell'AI: ogni software, ogni tecnologia, ha la sua estetica implicita. Ce l’ha Illustrator, ce l’ha Figma, ce l’ha InDesign. Ce l’ha l’AI, con il suo posizionarsi sempre verso la media, verso l’output più probabile, verso ciò che è già stato fatto mille volte<sup id="fnref1:2"><a href="#fn:2" class="footnote-ref">2</a></sup>.</p>
<p>Brian Eno l’ha sintetizzato meglio di come potrei fare io:</p>
<blockquote>
<p>What you spend nearly all your time doing is trying to stop the system becoming mind numbingly mediocre. You really feel the pull of the averaging effect of AI.<sup id="fnref1:3"><a href="#fn:3" class="footnote-ref">3</a></sup></p>
</blockquote>
<p>Anche con Illustrator o Figma la pressione verso la media esiste, ma richiede comunque scelte attive. Con l’AI quella pressione è molto più forte, e la tentazione di accettare il primo output senza obiezioni è parte del problema.</p>
<p>Mentre MariStella Ferraro parlava mi sono appuntato due nomi, che però non sono designer:  Martin Parr (con le sue foto), Harmony Korine (con i suoi film e immagini). Con la loro estetica, il loro immaginario, che in molti casi non era neanche formalmente corretto. Era però riconoscibile, come sguardo. L’AI mi sembra riconoscibile come mezzo.</p>
<p>Ha proseguito <strong>Cecilia Sammarco</strong> con talk autobiografico, fatto di incontri, luoghi, trasformazioni, legato al suo lavoro di illustratrice e artista.</p>
<p>A chiudere la giornata, <strong>Lorenzo Foffani</strong>, dell’agenzia Dude. Uno showcase dei lavori dell’agenzia, accompagnato da contenuti e ispirazione.  Alcuni lavori, che riportavano views enormi in realtà non li avevo mai visti, altri sì, ma non sapevo li avessero fatti loro. Tutti molto interessanti. Metterlo in fondo è stata una scelta intelligente. <em>Peak-end rule</em>, da manuale<sup id="fnref1:4"><a href="#fn:4" class="footnote-ref">4</a></sup>.</p>
<hr />
<h3>Secondo giorno</h3>
<figure><img loading="lazy" alt="PierCarlo Tozzi intervistato sul palco del Design Bomb Festival con uno schermo che mostra un libro aperto" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/design-bomb/3427def1fa-1783757075/tozzi.jpg" title="PierCarlo Tozzi al Design Bomb Festival"><figcaption>PierCarlo Tozzi — Behind Creativity</figcaption></figure>
<p>Il secondo giorno si è aperto con un’intervista al moderatore del festival, <strong>PierCarlo Tozzi</strong>, che non conoscevo. Ha un <a href="https://www.youtube.com/channel/UCTGo3xCFQqT7LH__jUcyyOg">canale YouTube (Behind Creativity)</a> nel quale intervista e incontra studi di design. Non ho ancora visto un suo video, ma lo farò nei prossimi giorni. Se l’approccio è lo stesso che ha avuto da moderatore e da intervistato sono abbastanza sicuro che mi piacerà.</p>
<p>Anni fa, mi capitò di fare da moderatore a un predecessore del Design Bomb (si teneva sempre a Catania, si chiamava The Creative Dot) e ricordo quanto fu faticoso. Non so se sia stato faticoso per PierCarlo, ma per chi ascoltava è sembrato tutto molto naturale. Le transizioni tra un talk e l’altro sono state tutte morbide ed efficaci, contribuendo decisamente a rendere meno faticoso l’ascolto di 16 talk in due giorni.</p>
<p>È poi salita sul palco <strong>Sarah Corti</strong>, che ha portato alcune riflessioni su AI e design. A un certo punto mi sono distratto, perché cercavo un caffè. Le slide avevano più di qualche imperfezione formale (niente di grave, ma che negli anni individui al primo sguardo). Ci ha detto che erano state generate dall’AI e a quel punto ho pensato che anche quando l’AI migliorerà ancora, la cura, il “craft”, assieme all’estetica e al senso saranno ancora centrali. Più che nel metodo, nell’approccio.</p>
<p>Poi è stato il turno di <strong>Daniele Biancardi</strong>, che rappresentava Lettera7, uno studio di design, soprattutto di identità visiva, con sede nella costiera amalfitana. È una di quelle realtà che ti ricordano che il luogo in cui lavori non determina il perimetro entro cui pensi. Clienti locali, radici riconoscibili, ma progetti e idee che non hanno niente di provinciale. Merito dello studio sicuramente, ma anche di una committenza locale più aperta, e di clienti che in generale non cercano solo la prossimità, ma anche un punto di vista.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="Gianni Latino sul palco con lo schermo che mostra la slide Contro l'indifferenza del design" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/design-bomb/f55d8813c3-1783757075/latino-2.jpg" title="Gianni Latino al Design Bomb Festival"><figcaption>Gianni Latino — Contro l'indifferenza del design</figcaption></figure>
<p>È salito poi sul palco <strong>Gianni Latino</strong>. Qui serve un disclaimer: insegno all'Accademia di Belle Arti di Catania, sono membro del Consiglio Accademico, sono coordinatore del corso di Design della Comunicazione Visiva. E conosco Gianni da oltre 15 anni (andiamo verso i 20). Ora, se vi dico che è stato uno dei miei talk preferiti, voi direte, e grazie. Provo a spiegare.</p>
<p>Nei giorni prima del festival, e anche il giorno prima, ci aveva parlato del suo talk (a me e altri colleghi e colleghe). Era indeciso sul taglio da dare. Poi ci ha detto che aveva avuto un’idea. L'inizio è stato un classic Gianni (almeno per me), con i temi a lui più cari, l’essere progettista grafico, Albe Steiner, l’insegnamento, i libri. Con quella base teorica, e di idee, è passato allo showcase, non personale, ma accademico. Una raccolta di mostre curate da lui, negli anni, con gli studenti del Biennio. Alcuni di questi studenti sono anche gli organizzatori del Design Bomb.</p>
<p>Usare il linguaggio dello showcase per raccontare progetti accademici l'ho trovata un'ottima idea.</p>
<p>Poi è stato il turno di <strong>Andrea Carveni</strong>, in arte Muten. Lo ricordo in Accademia. È stato un ex studente e Gianni fu il suo relatore di tesi. Mi è sembrata una sequenza perfetta. Ha raccontato della sua carriera tra calcio, moda e musica. Mentre raccontava pensavo a quanto potesse essere d’ispirazione per gli studenti in sala. Sia per una questione di prossimità anagrafica, sia per come ha raccontato il percorso. Ho poi chiesto e mi hanno confermato che l’avevano molto apprezzato.</p>
<p>Non conoscevo <strong>Pietro Terzini</strong>. Conoscevo però alcuni dei suoi lavori. Approccio molto pratico, e come nel talk di Muten, il messaggio che è emerso è stato: darsi da fare, anche solo per il piacere di fare. Poi le cose arrivano, anche in maniera inaspettata.</p>
<p><strong>Lorenza Liguori</strong> ha mostrato lavori video e foto fatti con l’AI. Qui, rispetto a quello che pensavo qualche talk prima, emergeva molta cura ad ogni dettaglio. Video generati dall’AI, con l’estetica dell’AI (dal mio punto di vista) dove però si aveva la percezione che ad avere il controllo fosse Lorenza e non l’AI. E forse questa è un’altra cosa da considerare: oltre l’estetica, oltre il senso, è necessario il controllo. Vale per l’AI e vale per gli altri software.</p>
<p><strong>Stefano Cipolla</strong> ha fatto un racconto su giornali e magazine, come funzionano, come sono fatti. Ha mostrato una serie di prime pagine e copertine storiche dell’editoria italiana. Ha poi mostrato alcuni dei suoi lavori, realizzati negli anni in cui lavorava a <em>La Repubblica</em>, <em>Il Manifesto</em> e <em>L’Espresso</em> (dove lavora tuttora). Ha parlato anche del suo recente progetto <a href="https://grafica-magazine.com/">Grafica Magazine</a>. Una rivista di grafica, con un formato che ricorda un  quotidiano, ma con un approccio e una densità da magazine moderno. Esce ogni tre mesi.</p>
<p>A chiudere tutto <strong>Enea Rossi</strong> di Adoratorio, con una panoramica sui lavori degli ultimi anni, soprattutto legati al gaming. Il titolo del talk era “Quello che scompare non è perduto” e lo showcase mostrava alcuni lavori che sono esistiti per un periodo limitato e poi scomparsi. Come giochi web realizzati per Max Mara, online solo per la durata di una collezione e poi offline.</p>
<hr />
<p>Se sei arrivata/o fino a quaggiù grazie mille. Come sempre, queste giornate ti lasciano un sacco di sensazioni, anche dopo averne viste e vissute tantissime. Nello scrivere questo resoconto, ho ripreso quello che mi sono appuntato durante gli interventi. Noto una progressione di ragionamento, legata all’AI. Il primo pensiero è legato all’estetica, la conformità visiva. Poi l'AI come strumento che comunque richiede cura. Infine il controllo, da accompagnare all’intenzione e allo sguardo su quello che stai facendo mentre lo fai. Senza controllo, anche le migliori intenzioni potrebbero produrre slop<sup id="fnref1:5"><a href="#fn:5" class="footnote-ref">5</a></sup>.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="Il palco del Design Bomb Festival con la slide Grazie e il pubblico che applaude" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/design-bomb/e6d69e9978-1783757075/design-bomb-grazie.jpg" title="Chiusura del Design Bomb Festival"><figcaption>Design Bomb Festival</figcaption></figure>
<p>Grazie The Wave. Grazie davvero. Ci vediamo l’anno prossimo al Design Bomb. Anche se in realtà ci vediamo sicuramente prima.</p>
<div class="footnotes">
<hr />
<ol>
<li id="fn:1">
<p>Scorrendo le immagini <a href="https://www.instagram.com/p/CWkjH7ZoohG/?img_index=1">sull’account Instagram di Franchi</a>, qualcosa la trovate ancora.&#160;<a href="#fnref1:1" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:2">
<p>Se vi va, vi rimando a due numeri di Dispenser sulla questione estetica e funzione: <a href="https://dispenser.design/newsletter/077/">#077 — Espressione, funzione e ricerca</a>; <a href="https://dispenser.design/newsletter/078/">078 — Espressione e comprensione</a>&#160;<a href="#fnref1:2" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:3">
<p>Citazione riportata da Frank Chimero in un suo articolo dal titolo <em><a href="https://frankchimero.com/blog/2025/beyond-the-machine/">Beyond the Machine</a></em> (2025)&#160;<a href="#fnref1:3" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:4">
<p>Il bias cognitivo che spiega come una persona giudica un evento, non ricordandolo per intero, ma attraverso  i picchi e la conclusione.&#160;<a href="#fnref1:4" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:5">
<p>Tra l’altro parola dell’anno 2025 secondo il dizionario <a href="https://www.merriam-webster.com/wordplay/word-of-the-year">Merriam-Webster</a>.&#160;<a href="#fnref1:5" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
</ol>
</div>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Tab aperte #4</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/tab-aperte-4</link>
    <guid isPermaLink="true">https://ciroesposito.com/articoli/tab-aperte-4</guid>
    <pubDate>Sat, 02 May 2026 00:00:00 +0200</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Note e link dalle tab dei miei browser</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>Riprendo <a href="https://ciroesposito.com/articoli/tag/Tab+aperte">questa rubrica</a>. Stavolta alcune sono tab riaperte apposta.</p>
<hr />
<p>Finalmente ho aggiunto una sezione <a href="https://ciroesposito.com/link">/link</a> a questo sito. È tutta automatizzata: seleziono un estratto da un articolo che sto leggendo sul telefono o il computer e <a href="https://support.apple.com/it-it/guide/shortcuts/welcome/ios">Shortcuts</a> lo pubblica sul sito. Usavo già un sistema simile, ma per salvare gli estratti sull’app Drafts. Mi piaceva l’idea di mettere tutto online. È quasi l’unica ragione per cui l’ho fatta.</p>
<p>Mentre scrivevo questa cosa mi è tornato in mente un articolo di Joan Westenberg che avevo letto tempo fa e lasciato in Drafts, o da qualche altra parte, non ricordo. Ricordavo il titolo, <em><a href="https://www.joanwestenberg.com/i-deleted-my-second-brain-692aa40d59d5f06dd5131e43/">I Deleted My Second Brain</a></em>, e più o meno il contenuto. Sono andato a riprenderlo, cercandolo su Google. Mi sono annotato:</p>
<blockquote>
<p>In trying to remember everything, I outsourced the act of reflection. I didn't revisit ideas. I didn't interrogate them. I filed them away and trusted the structure. But a structure is not thinking. A tag is not an insight. And an idea not re-encountered might as well have never been had.</p>
</blockquote>
<hr />
<p>In un lungo articolo su <em>Aeon</em>, <a href="https://aeon.co/essays/what-we-think-is-a-decline-in-literacy-is-a-design-problem">Books and screens</a>, Carlo Iacono scrive che la capacità di leggere contenuti lunghi (e di mantenere la concentrazione) non sta scomparendo, si sta spostando.</p>
<blockquote>
<p>The people who cannot sit through novels aren't broken. They're adapted to an environment we built.</p>
</blockquote>
<p>L’incapacità di concentrarsi è legata al design delle piattaforme.</p>
<blockquote>
<p>We don't struggle with video versus books. We struggle with feeds versus focus.</p>
</blockquote>
<p>Non è una questione di autodisciplina, ma di architettura dei propri ambienti (digitali e fisici).</p>
<p>Un articolo di Tiziano Bonini su <em>Doppiozero</em>, <a href="https://www.doppiozero.com/bigh-tech-dipendenze-e-tribunali">Bigh tech, dipendenze e tribunali</a>, allarga lo sguardo. C’è un problema con le piattaforme, ma ce n’è uno anche legato al tipo di società in cui viviamo.</p>
<blockquote>
<p>Il design delle piattaforme può indirizzare il nostro uso di esse, ma se siamo frustrati ci passiamo più tempo. Se abbiamo impegni e passioni facciamo altro. Ma per avere impegni e passioni dobbiamo avere il tempo e le risorse culturali, economiche e sociali per coltivarle.</p>
</blockquote>
<hr />
<p>Di recente c’è stata una missione della NASA, Artemis II, che ha portato quattro astronauti a orbitare intorno alla luna. <a href="https://www.flickr.com/photos/nasahqphoto/albums/72177720332843987/">Le foto della missione</a> sono tutte su Flickr, la piattaforma che la NASA usa come archivio pubblico ufficiale.</p>
<p>Flickr esiste dal 2004, da prima di YouTube. È ora gestita da una fondazione con un piano di conservazione da cent’anni. Ne parla  Anil Dash in un <a href="https://www.anildash.com/2026/04/30/artemis-photos-flickr/">articolo</a> dal titolo Why are the Artemis II photos on Flickr?</p>
<blockquote>
<p>Not everything on the internet has to be ephemeral, not everything on the web has to be hyper-commercial.</p>
</blockquote>
<figure><img loading="lazy" alt="La Terra vista dalla missione Artemis II, NASA" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/tab-aperte-4/e1dba00f67-1783757075/artemis-luna-nasa.jpg" title="La Terra vista dalla missione Artemis II, NASA"><figcaption>La Terra vista dalla missione Artemis II, NASA</figcaption></figure>
<hr />
<p>Mass-Driver ha rilasciato un nuovo carattere, il MD UI. Sul sito c’è <a href="https://mass-driver.com/article/md-ui-a-typeface-for-interfacing">un’articolo sul processo di realizzazione</a>. Tra le altre, ho segnato il passaggio in cui raccontano che nei cinque anni di sviluppo, il test principale era usarlo dappertutto, come font di sistema sul proprio computer o su qualsiasi sito web che navigavano.</p>
<blockquote>
<p>Since early 2023, I've been testing MD UI in much the same way: websites (using a browser extension to change the default font), Slack, my email client. I run Linux on my home PC, and various development builds of UI have served as my system font there as well.</p>
</blockquote>
<figure><img loading="lazy" alt="Stili e pesi del font di MD UI" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/tab-aperte-4/27a5b67ff0-1783757075/13-MD_UI-Styles_MD.svg" title="Stili e pesi del font di MD UI" width="100%"><figcaption>Stili e pesi del font di MD UI</figcaption></figure>
<hr />
<p>Da un po’ sto provando a scrivere un articolo per <a href="https://dispenser.design/">Dispenser</a> sul vibe coding e la prototipazione. Non ho ancora capito che direzione prenderà, ma a un certo punto potrei citare <a href="https://www.chrbutler.com/craft-is-untouchable">questo articolo di Christopher Butler</a>, sul “mestiere” di designer e sull’AI:</p>
<blockquote>
<p>Structure still communicates before content. Visual hierarchy still guides attention. Negative space still creates rhythm. These principles don’t vanish because I’m working through AI rather than directly manipulating pixels.</p>
</blockquote>
<hr />
<p>Questo meme della macchina di Homer l’ho già messo nelle slide di un paio di lezioni.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="Un meme che confronta tre approcci allo sviluppo prodotto: Waterfall, Agile e AI. Waterfall mostra la progressione da una ruota a un'auto completa. Agile da uno skateboard a una bici a un'auto. AI parte direttamente dalla macchina di Homer Simpson — verde, caotica, piena di optional — per poi convergere anche lei su un'auto normale." src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/tab-aperte-4/59670d14c3-1783757075/ai-design-homer.webp"></figure>
<hr />
<p>Agli inizi facevo molto spesso piccoli siti informativi o raccolte di immagini, gallerie, cataloghi. Negli ultimi anni mi sta ricapitando. L’ultimo è questa raccolta di manifesti per una mostra sulla Resistenza: <a href="https://resistenza.abacatania.it/">resistenza.abacatania.it</a>.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="una schermata della home page del sito sull Resistenza" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/tab-aperte-4/e1f74b3756-1783757075/resistenza.jpg" title="una schermata della home page del sito sull Resistenza"><figcaption>resistenza.abacatania.it</figcaption></figure>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Libri letti nel 2025</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/libri-letti-2025</link>
    <guid isPermaLink="true">https://ciroesposito.com/articoli/libri-letti-2025</guid>
    <pubDate>Fri, 09 Jan 2026 00:00:00 +0100</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Con quattro segnalazioni</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>Quest’anno ho letto meno libri. Di solito ne leggo una trentina, l’elenco alla fine della pagina ne riporta 23<sup id="fnref1:1"><a href="#fn:1" class="footnote-ref">1</a></sup>. C’è stato un lungo periodo, a inizio anno, durante il quale ho cominciato libri nuovi che ho poi abbandonato. Col passare dei mesi mi sono reso conto che forse non era solo colpa dei libri: in quel periodo non avevo un divano. Di alcune cose ti accorgi solo quando non ci sono. Per leggere, il divano è fondamentale.</p>
<p>Quest’anno ho letto più romanzi. Di solito non leggo le saghe, ma dopo aver letto il primo libro de <em>Il volume del tempo</em> della scrittrice danese Solvej Balle ho poi letto anche i due successivi, al momento gli unici tradotti in Italia (ce ne saranno altri). La storia di partenza è come in <em>Ricomincio da capo</em>: la protagonista rivive sempre lo stesso giorno. Non è però una commedia e si sviluppa in tutt’altro modo rispetto al famoso film con Bill Murray. La lettura dei tre libri è stata molto stimolante. Per dire quanto mi abbia preso, a un certo punto pensavo come la protagonista, immaginando modi per sopravvivere e cercando di capire le dinamiche di un mondo con un giorno infinito. Man mano che leggevo pensavo a quale dei giorni precedenti sarebbe stato più comodo, se ci fossi rimasto bloccato.</p>
<p>Uno dei miei libri preferiti <a href="https://ciroesposito.com/articoli/libri-letti-2024">dell’anno scorso</a> è stato <em>La parete</em>. Quest’anno sono finito su <em>Io che non ho conosciuto gli uomini</em>, che ho letto con piacere e che me l’ha ricordato, più per la struttura che per le vicende. Entrambi sono romanzi sotto forma di diario che raccontano eventi del passato della protagonista.</p>
<p>Non avevo mai letto <em>Uomini e topi</em>. È un libro breve, ambientato in un mondo a me lontano (la California rurale degli anni ’30), che ho letto in una mattina e ho trovato notevolissimo. Mi è venuta voglia di leggere altro di John Steinbeck.</p>
<p>Ho letto anche altri libri che meriterebbero una citazione, ma per ragioni di spazio mi soffermo solo su alcuni. Magari l’anno prossimo sperimenterò un nuovo format per questo resoconto, con una frase per ogni libro letto. Per quest’anno, oltre a quelli citati finora, segnalo altri quattro libri in cui, ho notato, ci sono più sottolineature e che in qualche modo mi sono rimasti più in testa. Visti assieme mi accordo che potrebbero essere variazioni sullo stesso tema: come la tecnologia cambia il modo in cui capiamo (e ci confrontiamo) con le cose (che sia l’intelligenza, il lavoro o il design).</p>
<hr />
<h3>Modi di essere</h3>
<figure class="shadow"><img loading="lazy" alt="Modi di essere di James Bridle" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/libri-letti-2025/6e51d83b88-1783757075/modi-di-essere.jpg" width="450"><figcaption>Modi di essere di James Bridle</figcaption></figure>
<p>Di James Bridle avevo già letto <em>La nuova era oscura</em>, dove analizzava gli effetti opachi dell’ideologia tecnologica. In <em>Modi di essere</em> riprende alcuni di quei temi, spostando l’attenzione sulle relazioni, sull’intelligenza come fenomeno distribuito e su possibili alternative.</p>
<p>Con l’avvento delle cosiddette intelligenze artificiali sono emerse molte riflessioni su cosa sia l’intelligenza. Bridle ne parla diffusamente, mettendo in discussione l’idea che l’intelligenza sia una qualità esclusivamente umana o individuale. Scrive anche, attraverso molti esempi, che l’intelligenza non è qualcosa da misurare o testare, ma da riconoscere nelle molteplici forme che assume.</p>
<blockquote>
<p>È bene ribadirlo: l’intelligenza non è qualcosa che esiste, ma qualcosa che si fa; è attiva, interpersonale e generativa, e si manifesta quando pensiamo e agiamo.</p>
</blockquote>
<p>Bridle osserva che, quando cerchiamo di misurare e descrivere il mondo, finiamo spesso per rendere evidenti i limiti dei nostri strumenti concettuali e dei nostri modelli.</p>
<p>In un capitolo parla di Lewis Fry Richardson, che tra le altre cose elaborò alcune delle prime regole per le previsioni meteorologiche matematiche. Richardson, in età avanzata, provò a formulare una base matematica per le cause della guerra e le condizioni di pace. La sua idea era che la propensione a farsi la guerra fosse legata alla lunghezza dei confini tra due Stati. Provando a misurarli si rese conto che ogni Stato aveva misure diverse dei propri confini, e da questa osservazione nasce il cosiddetto paradosso di Richardson: più si cerca di misurare accuratamente alcune cose, più esse diventano complesse.</p>
<blockquote>
<p>Ciò che Richardson aveva scoperto erano quelli che il matematico Benoît Mandelbrot avrebbe poi chiamato «frattali»: strutture che si ripetono fino a una complessità infinita. Invece di condurre all’ordine e alla lucidità, un esame sempre più attento rivela soltanto altri dettagli e variazioni più lampanti.</p>
</blockquote>
<hr />
<h3>Technopoly</h3>
<figure class="shadow"><img loading="lazy" alt="Technopoly" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/libri-letti-2025/057328537c-1783757075/technopoly.jpg" width="450"><figcaption>Technopoly di Neil Postman</figcaption></figure>
<p>Di Neil Postman avevo letto, qualche anno fa, <em>Divertirsi da morire</em>, un libro del 1986 che mi era sembrato attualissimo. In quel libro Postman analizzava come i media, in particolare la televisione, trasformassero il discorso pubblico in intrattenimento, rendendo sempre più difficile distinguere tra informazione, spettacolo e politica<sup id="fnref1:2"><a href="#fn:2" class="footnote-ref">2</a></sup>.</p>
<p>Quest’anno ho letto <em>Technopoly</em> (1992), in Italia fuori catalogo, e mi è sembrato ancora più attuale. Un libro che fotografa con precisione il ruolo della tecnologia nella società occidentale. Mentre lo leggevo non potevo fare a meno di pensare ai monopoli tecnologici di oggi, tra l’altro molto più pervasivi di quelli del 1992.</p>
<p>Nel 1992, Postman, sociologo e teorico dei mass media, scriveva:</p>
<blockquote>
<p>Una delle definizioni del tecnopolio sarà dunque questa: il tecnopolio è ciò che avviene a una società quando sono crollate le difese contro l’eccesso d’informazione, quando la vita istituzionale non basta più a gestire la troppa informazione, quando una cultura, sopraffatta dall’informazione generata dalla tecnologia, cerca di servirsi della tecnologia stessa per trovare orientamento chiaro e finalità umana.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Le nuove tecnologie alterano la struttura dei nostri interessi: le cose a cui pensiamo. Esse alterano il carattere dei nostri simboli: le cose con cui pensiamo. Infine alterano la natura della comunità: il terreno in cui si sviluppano i pensieri.</p>
</blockquote>
<p>Postman fa poi una lunga riflessione sull’ossessione della tecnologia per la misurazione:</p>
<blockquote>
<p>L’opera di Taylor, <em>The Principles of Scientific Management</em>, pubblicata nel 1911, contiene la prima descrizione esplicita e formale delle premesse dell'universo mentale del tecnopolio: la convinzione che il primo, se non l'unico, obiettivo del lavoro e del pensiero umano sia l’efficienza; che il calcolo tecnico sia comunque e sempre superiore al giudizio umano; che in effetti il giudizio umano non sia affidabile perché è minato da negligenza, ambiguità e da inutili sovrastrutture; che la soggettività sia un ostacolo alla chiarezza del pensiero; che tutto ciò che non si può misurare, o non esista o sia privo di valore; infine che gli affari dei cittadini debbano essere guidati e amministrati da esperti.</p>
</blockquote>
<p>Anche in questo caso, ho fatto un’associazione mentale con il mondo digitale. Ci ho ripensato proprio l’altro giorno leggendo un <a href="https://digiday.com/media/the-accidental-guardian-how-cloudflares-matthew-prince-became-publishings-unexpected-defender/">articolo</a> sul CEO di Cloudflare che si sta occupando del rapporto tra editori e AI e che riflette sul traffico come valuta di Internet:</p>
<blockquote>
<p>A lot of the criticisms of the internet, of social media, come back to this idea that the currency of the internet is traffic. And the problem with traffic is that the best way to get traffic is to appeal to humans’ worst instincts – you know, fear, greed, lust.</p>
</blockquote>
<hr />
<h3>L’intelligenza condivisa</h3>
<figure class="shadow"><img loading="lazy" alt="Intelligenza condivisa" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/libri-letti-2025/47d49710e3-1783757075/lintelligenza-condivisa.jpg" width="450"><figcaption>Intelligenza condivisa di Ethan Mollick</figcaption></figure>
<p>È un libro del 2024 di <a href="https://www.oneusefulthing.org/">Ethan Mollick</a>, docente della Wharton University, che si occupa di intelligenza artificiale. L’ho letto a un anno dalla sua uscita e in alcuni casi mi è sembrato “già letto”. Sarà anche perché molti di questi temi sono stati poi ampiamente diffusi nel e ripresi in numerosi articoli. Non che le informazioni presenti nel libro fossero superate, anzi.</p>
<p>Una delle riflessioni presenti nel libro riguarda il modo in cui abbiamo sempre imparato a fare le cose e come questo modello stia cambiando con l’introduzione dell’intelligenza artificiale.</p>
<blockquote>
<p>In genere si acquisiscono competenze partendo dalla base della piramide. L’apprendista falegname, lo stagista nella redazione di un periodico, il medico tirocinante. Spesso si tratta di lavori terribili, ma con uno scopo. Solo imparando da chi è più esperto, provando e sbagliando sotto il suo sguardo, i principianti diventano esperti a loro volta. Ben presto tutto questo cambierà grazie alla AI.</p>
</blockquote>
<p>Il libro riflette anche su come usiamo questi nuovi software che chiamiamo AI:</p>
<blockquote>
<p>[…] per il software tradizionale esistono tutorial e manuali di istruzioni, ma non per la AI. Non esiste una guida definitiva su come usare la AI nella nostra organizzazione. Stiamo tutti imparando con l’esperienza, inserendo prompt come fossero formule magiche e non codici di un normale software.</p>
</blockquote>
<hr />
<h3>Il design come attitudine</h3>
<figure class="shadow"><img loading="lazy" alt="Il design come attitudine" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/libri-letti-2025/4be42c55e5-1783757075/il-design-come-attitudine.jpg" width="450"><figcaption>Il design come attitudine di Alice Rawsthorn</figcaption></figure>
<p>Il titolo del libro di Alice Rawsthorn riprende una frase di László Moholy-Nagy (il design non è una professione, ma un’attitudine) e la usa come chiave per leggere il presente, mostrando come una parte del design contemporaneo si muova sempre più su terreni politici, culturali e sociali.</p>
<p>Nel capitolo <em>La rinascita dell’artigianato</em>, Rawsthorn riflette sulla scrittura di codice come forma di lavoro manuale, suggerendo che il software design possa essere letto anche come una pratica artigianale. Nell’epoca del <em>vibe coding</em>, questa riflessione suona particolarmente azzeccata.</p>
<blockquote>
<p>Digitare le istruzioni per un computer sotto forma di codice è un processo che combina progettazione e manualità. Si potrebbe anche argomentare che il programmatore di software rientri nella definizione di artigianato concepita dal movimento Arts &amp; Crafts – un individuo scrupoloso che dispiega le proprie competenze manualmente – pur utilizzando il mouse e la tastiera anziché il tornio o lo scalpello. Secondo questa logica,  il software design riunisce in sé entrambi i concetti, artigiano e lavoro manuale, ponendosi come esempio concreto della possibilità, estendibile ad altri campi, di integrare tutte e tre le dimensioni: design, artigianato e lavoro manuale.</p>
</blockquote>
<p>Ho letto con molto interesse anche le riflessioni sul design di interfacce. Rawsthorn mette in evidenza quanto sia complesso progettare sistemi che funzionino un po' come la segnaletica — comprensibili a tutti, senza irritare gli esperti né confondere i neofiti. Allo stesso tempo osserva che le interfacce, proprio perché relativamente recenti, permettono ancora un approccio più audace e sperimentale. Quella fase forse si sta esaurendo. Gran parte del design digitale si è già avviata verso una forma di conformità: stessi font sans-serif, stessi layout modulari, stessa estetica che si ripete da una piattaforma all’altra<sup id="fnref1:3"><a href="#fn:3" class="footnote-ref">3</a></sup>.</p>
<div class="footnotes">
<hr />
<ol>
<li id="fn:1">
<p>In questo sito c’è anche una pagina che aggiorno durante l’anno con le copertine dei libri: <a href="https://ciroesposito.com/letture-2025">/letture-2025</a>&#160;<a href="#fnref1:1" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:2">
<p>Lo trovate nel <a href="https://ciroesposito.com/articoli/libri-letti-2023">resoconto delle letture del 2023</a>&#160;<a href="#fnref1:2" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:3">
<p>In parte se ne parla in <a href="https://dispenser.design/newsletter/077/">questo numero di Dispenser</a>&#160;<a href="#fnref1:3" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
</ol>
</div>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Tab aperte #3</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/tab-aperte-3</link>
    <guid isPermaLink="true">https://ciroesposito.com/articoli/tab-aperte-3</guid>
    <pubDate>Sun, 21 Dec 2025 00:00:00 +0100</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Note e link dalle tab dei miei browser</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>Riprendo <a href="https://ciroesposito.com/articoli/tag/Tab+aperte">questa rubrica</a> in cui raccolgo link, appunti e cose che mi restano aperte nelle tab dei browser, sui vari dispositivi.</p>
<hr />
<p><a href="https://37signals.com/">37 Signals</a> ha lanciato una nuova app, <a href="https://www.fizzy.do/">Fizzy</a>. Seguo sempre quello che fanno, anche se poi non riesco quasi mai a usare davvero i loro prodotti. Con Hey, per esempio, avevo grosse aspettative, ma non è mai entrato nel mio flusso di lavoro. Nei loro prodotti ci sono spesso intuizioni interessanti: ne vedo anche in Fizzy, una specie di Trello più essenziale, ma come per gli altri non so se riuscirò a usarlo.</p>
<p>Mentre impostavo la sezione archivio della <a href="https://ciroesposito.com/viewport">nuova (temporanea) newsletter</a> valutavo nuovi caratteri tipografici. È rimasta aperta la pagina sul <a href="https://nouvellenoire.ch/product/nouvelle-grotesk/">Nouvelle Grotesk</a>. Poi ho usato il <a href="https://www.type-together.com/lektorat-font">Lektorat</a> di Type Together.</p>
<p>Qualche giorno fa ho suggerito a qualcuno la lettura del <a href="https://book.antonandirene.com">libro di Irene Pereyra</a> (dello studio Anton &amp; Irene). Lo faccio spesso. È uno di quei libri che tornano utili: molti esempi pratici, con riferimenti a progetti reali, e una buona copertura delle questioni fondamentali legate a UX e UI.</p>
<p>Approfittando degli sconti del Black Friday mi sono abbonato a <em>The Verge</em> e ora mi capita di leggerlo più spesso del solito. Ho una tab aperta su <a href="https://www.theverge.com/report/829137/openai-chatgpt-time-date">questo articolo</a> che parla del problema di ChatGPT con l’ora.</p>
<p>In un articolo su <a href="https://www.itsnicethat.com/features/has-judging-a-book-by-its-cover-gone-too-far-book-cover-graphic-design-publication-261125">It’s Nice That</a> si parla di copertine e di come, per ragioni legate al marketing e alla comunicazione, stiano diventando più importanti del contenuto: copertine come “props, trophies or interior decor”.</p>
<p>A proposito di copertine. È quel periodo dell’anno, quello dove si fanno raccolte varie. Su Casual Optimistic c’è una selezione delle <a href="https://www.casualoptimist.com/blog/2025/12/10/notable-book-covers-of-2025/">migliori copertine del 2025</a> nel mondo editoriale anglosassone. Sotto ne riporto un paio.</p>
<figure><img alt="copertina di Hopscotch di Julio Cortázar" loading="lazy" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/tab-aperte-3/7c77da2f2d-1783757075/hopscotch.jpg" title="Hopscotch di Julio Cortázar(Vintage Classics / August 2025)" width="600"><figcaption>Hopscotch di Julio Cortázar(Vintage Classics / August 2025)</figcaption></figure>
<figure><img alt="copertina di Killing Stella di Marlen Haushofer" loading="lazy" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/tab-aperte-3/8543040e48-1783757075/killing-stella.jpg" title="Killing Stella di Marlen Haushofer (New Directions / July 2025)" width="600"><figcaption>Killing Stella di Marlen Haushofer (New Directions / July 2025)</figcaption></figure>
<p>Su <a href="https://www.rivistastudio.com/migliori-libri-2025/">Rivista Studio</a> c’è la selezione dei migliori libri dell’anno. Di questa lista ho letto <em>Orbital</em>, sto leggendo <em>Il sangue nelle macchine</em>, è in coda <em>Nella carne</em>.</p>
<p>Forse dovrei fare su questo sito una sezione link, come <a href="https://ethanmarcotte.com/stream/">questa di Ethan Marcotte</a>.</p>
<p>Ho ancora alcune tab aperte su <a href="https://www.magnumphotos.com/theory-and-practice/i-am-martin-parr/">Martin Parr</a>. Dopo l’annuncio della sua scomparsa inevitabilmente ho letto di tutto. Ho sempre seguito con piacere e interesse i suoi lavori e le sue foto. Se cliccate sul link, che rimanda a un articolo di Magnum, noterete che anche nelle sue prime fotografie in bianco e nero, realizzate all’inizio della carriera, è già riconoscibile il suo sguardo.</p>
<p>Keith Houston ha avviato sul suo sito una serie di articoli in cui analizza alcune emoji. (Ci ha scritto un <a href="https://shadycharacters.co.uk/books/">libro</a> sull’argomento). In <a href="https://shadycharacters.co.uk/2025/12/advent-calendar-2025-sparkles/">quest’articolo</a> parla dell’icona della brillantezza che in poco tempo, anche per pigrizia, è diventata il simbolo dell’intelligenza artificiale.</p>
<blockquote>
<p>[…] they had chosen the symbol simply because everyone else seemed to be making the same choice.</p>
</blockquote>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Un’altra newsletter</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/viewport</link>
    <guid isPermaLink="true">https://ciroesposito.com/articoli/viewport</guid>
    <pubDate>Wed, 17 Dec 2025 00:00:00 +0100</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Viewport</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>A un certo punto ho scoperto che mi piacevano le newsletter. Ne avevo da poco avviata una (era il 2017) e ricordo ancora di un articolo, letto su qualche rivista USA, in cui l’autore si diceva entusiasta delle newsletter. Gli piaceva scriverle e leggere più di quanto gli piacesse fare altro. Ho provato a cercare quell’articolo, ma non l’ho trovato da nessuna parte. Chissà se l’ho letto davvero.</p>
<p>Scrivo questo post per mettere ordine tra le varie newsletter temporanee che ho fatto in questi anni.</p>
<p>La newsletter del 2017 è <a href="#">Dispenser.Design</a>, se ne parla diffusamente nella <a href="https://ciroesposito.com/newsletter">pagina apposita</a>. Negli anni la frequenza di pubblicazione è diminuita e in pratica è diventata un blog: quando voglio, pubblico qualcosa. Così però viene a mancare quella sensazione di newsletter, che almeno io, associo alla scadenza, all’urgenza (è lunedì, manca poco, devo pubblicare), al non poter correggere, alla “definitività”. Quando è pubblicata è pubblicata, con tutti i refusi, gli errori, le sviste.</p>
<p>Perdendo il senso di newsletter mi è venuta voglia di fare altre newsletter. Così, sempre per i miei studenti (ma non solo per loro), ho messo su newsletter temporanee, perlopiù a dicembre, durante la pausa delle lezioni in Accademia (dove insegno). Quest’anno ne ho avviata un’altra, sempre temporanea, con l’idea di integrare alcuni contenuti relativi al mio corso di Web Design. L’ho chiamata Viewport. Ho anche improvvisato un minimo di identità visiva.</p>
<figure><img alt="Un'ipoitesi di monogramma di Viewoport, rappresentata da una V in due colori (bianco e arancione) su sfondo blu" loading="lazy" src="https://ciroesposito.com/assets/img/viewport-og.png"></figure>
<p>L’archivio di questa nuova newsletter è disponibile su questa sito alla pagina <a href="https://ciroesposito.com/viewport/">/viewport</a>.</p>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Proxima Nova</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/proxima-nova</link>
    <guid isPermaLink="true">https://ciroesposito.com/articoli/proxima-nova</guid>
    <pubDate>Sat, 05 Jul 2025 00:00:00 +0200</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Breve storia per i suoi 20 anni</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>Sui social, per anni si è fatto quel giochino delle liste. (Forse si fa ancora, ma li frequento meno). Si trattava di stilare una lista di 10 libri, album o film che ti hanno più influenzato. Ho sempre pensato che sarebbe stato interessante farlo anche per i font. (Ognuno ha le sue).</p>
<p>Ci ripensavo qualche giorno fa, leggendo un <a href="https://www.marksimonson.com/notebook/view/proxima-nova-turns-20/">post di Mark Simonson</a> che celebrava i 20 anni del Proxima Nova. Se dovessi fare una lista dei font che più mi hanno influenzato, di sicuro metterei il Proxima Nova nella top 3, se non al primo posto. Poi ci torniamo. Per “influenzato” intendo che in qualche modo hanno migliorato e aiutato il mio modo di progettare.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="Un’immagine promozionale del Proxima Nova" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/proxima-nova/82d0ca8046-1783757075/proxima-nova-1.webp"><figcaption>Un’immagine promozionale del Proxima Nova</figcaption></figure>
<hr />
<p>Prima del Proxima Nova c’è stato il Proxima Sans, rilasciato nel 1994. In un primo momento, Simonson aveva pensato di chiamarlo Visigothic, ma non gli rendeva giustizia, «inoltre non metteva in risalto alcune delle caratteristiche più forti del font, come la “s” e la “a”. A volte i nomi dei caratteri vengono scelti apposta per valorizzare certe lettere, ed è stato proprio il caso del Proxima Sans».<sup id="fnref1:1"><a href="#fn:1" class="footnote-ref">1</a></sup></p>
<p>Proxima Sans uscì nel 1994. Era una famiglia piccola, con un set di caratteri limitato e solo tre pesi (più i corsivi). Nonostante <a href="https://www.marksimonson.com/notebook/view/first-public-use-of-what-became-proxima-nova/">qualche utilizzo</a> qua e là, non ebbe particolare successo, anche a causa di pratiche tipografiche limitate per l’epoca (prima di OpenType e Unicode) e di errori di distribuzione.</p>
<p>Poi nel 2002 succedono due cose, in qualche modo collegate.</p>
<figure><img alt="La copertina di Rolling Stone con il Proxima Sans (dal sito di Mark Simonson)" loading="lazy" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/proxima-nova/795144b8bf-1783757075/rolling-stone.webp"><figcaption>La copertina di Rolling Stone con il Proxima Sans (dal sito di Mark Simonson)</figcaption></figure>
<p>Proxima Sans viene usato per titoli, didascalie e testi piccoli nel redesign di Matthew Ball della rivista <em>Rolling Stone</em>.</p>
<p>Gotham, progettato da Hoefler e Frere-Jones per <em>GQ</em> a partire dal 2000, viene reso disponibile al pubblico. Gotham aveva un’aria molto simile al Proxima Sans, tanto che Jonathan Hoefler, vedendo <em>Rolling Stone</em>, pensò inizialmente che fosse il Gotham, chiedendosi come facessero ad averlo senza licenza.</p>
<p>Questi episodi convincono Simonson che poteva esistere un mercato per qualcosa come il Proxima Sans. Decise così di ridisegnarlo da capo, modificando quasi tutti i caratteri e i pesi, sfruttando il formato OpenType per aggiungere un migliore supporto linguistico e altre finezze tipografiche come il maiuscoletto e i caratteri alternativi. Creò di fatto un nuovo font, il Proxima Nova. In <a href="https://medium.com/@cameronmoll/proxima-nova-ca-1981-582bc974f90b">un’intervista del 2015</a> a Cameron Moll lo descrive come un ponte tra il Futura e l’Akzidenz Grotesk.</p>
<p>Nel 2009 arriva Typekit (poi acquistato da Adobe e diventato Adobe Fonts), una delle prime aziende a fornire un servizio di font-hosting facendo evolvere il design dei siti web, all’epoca legato ai font di sistema, aprendo la strada ai font personalizzati. Simonson rese disponibile il font su Typekit e in poco tempo divenne uno dei font più usati nei siti web, fino a diventare il font commerciale più popolare online. Successo che portò poi a un’adozione molto più ampia, anche fuori dallo schermo.</p>
<p>Già nel 2015 ci si poteva imbattere in articoli con titoli come: <em><a href="https://medium.com/readme-mic/why-proxima-nova-is-everywhere-629282c687a6">Why Proxima Nova Is Everywhere</a>.</em></p>
<p>Nel tempo la famiglia del Proxima Nova si è arricchita fino a oltre 80 stili, e di recente ha ampliato ulteriormente il supporto linguistico.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="Tutte le lingue in cui è disponibile il Proxima Nova" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/proxima-nova/ca66f10daf-1783757075/proxima-nova-2.webp"><figcaption>Tutte le lingue in cui è disponibile il Proxima Nova</figcaption></figure>
<hr />
<p>Tornando al giochino delle liste: vi spiego perché metto il Proxima Nova così in alto. Uno dei primi progetti in cui ebbi pieno potere decisionale fu una serie di congressi medici. Ogni congresso aveva la sua identità visiva, ma c’era bisogno di una struttura comune che rendesse il lavoro veloce e coerente: brochure, programmi, manifesti, roll-up, mini siti web. Decisi di acquistare Proxima Nova proprio perché aveva già un’ampia famiglia, con pesi e larghezze che offrivano versatilità sia su stampa che sul web.</p>
<p>Comprai la versione desktop per la parte destinata alla stampa e usavo la versione web con Typekit. Il Proxima Nova divenne uno strumento di identità e di sistema che semplificava il workflow, riduceva le decisioni da prendere e garantiva coerenza ovunque. Un approccio che ho poi applicato molte altre volte in tanti progetti.</p>
<div class="footnotes">
<hr />
<ol>
<li id="fn:1">
<p>Cameron Moll, “<a href="https://medium.com/@cameronmoll/proxima-nova-ca-1981-582bc974f90b">Proxima Nova, ca. 1981</a>” (2015)&#160;<a href="#fnref1:1" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
</ol>
</div>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Tab aperte #2</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/tab-aperte-2</link>
    <guid isPermaLink="true">https://ciroesposito.com/articoli/tab-aperte-2</guid>
    <pubDate>Sat, 14 Jun 2025 00:00:00 +0200</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Una raccolta di link dalle tab dei miei browser</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>Sul mio smartphone ho 43 tab aperte, su iPad 32 e su Mac 7. Siamo al secondo post sulle <a href="tab-aperte">tab aperte</a>, potrebbe diventare una rubirca.</p>
<p>Ho diverse tab aperte sulla nuova macchina fotografica della Fujifilm, la X-E5, annunciata da poco. Una di queste è un articolo di <a href="https://www.theverge.com/news/685782/fujifilm-xe5-mirrorless-camera-x100-price-specs">The Verge</a>. Da anni penso di comprare una Fujifilm, ma poi non l’ho mai fatto. Non so se questa è quella giusta, intanto mi documento.</p>
<p>Da qualche giorno mi sto interessando a un CMS per siti statici, <a href="https://pagescms.org">Page CMS</a>. Uso spesso <a href="https://gohugo.io/">Hugo</a>, <a href="https://dispenser.design">dispenser.design</a> è gestito con Hugo, e stavo valutando sistemi per gestirlo con un’interfaccia admin.</p>
<p>Ho due tab relative a libri in carrello, entrambi in uscita a fine Giugno. Il nuovo libro di David Reinfurt, <a href="https://www.inventorypress.com/product/a-co-program-for-graphic-design"><em>A Co-Program for Graphic Design</em></a>, e la versione in italiano di <a href="https://www.johanandlevi.com/scheda-libro/alice-rawsthorn/il-design-come-attitudine-9788860103895-3517339.html"><em>Il design come attitudine</em></a> di Alice Rawsthorn, curata dalla casa editrice Johan &amp; Levi.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="La copertina di A Co-Program for Graphic Design" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/tab-aperte-2/93fa4f77ac-1783757075/co-program.jpg" width="400"><figcaption>La copertina di A Co-Program for Graphic Design</figcaption></figure>
<p>Da un po’ non uso più Spotify, ma comunque seguo le sue evoluzioni di design. Ho una tab aperta sul suo <a href="https://www.designmonks.co/blog/spotifys-bold-new-move-meet-the-spotify-mix-font">Spotify Mix font</a>.</p>
<p>Ho una tab aperta sulla <a href="https://www.folklore.org/MacPaint_Evolution.html">storia di MacPaint</a>. Di recente è morto uno dei suoi creatori, Bill Atkinson.</p>
<p>Ho letto <a href="https://hvpandya.com/liquid-glass">questo lungo post</a> di Hardik Pandya sul nuovo design di iOS che Apple <a href="https://www.apple.com/it/newsroom/2025/06/apple-introduces-a-delightful-and-elegant-new-software-design/">ha chiamato Liquid Glass</a>.</p>
<p>Il post fa una sintesi delle principali transizioni stilistiche dell’interfaccia Apple, dallo skeuomorfismo al flat design, evidenziando come ogni cambiamento sia basato su ragionamenti legati al medium e all’esperienza utente. Poi Pandya parla nello specifico del Liquid Glass. Vi riporto qualche estratto.</p>
<blockquote>
<p>[…] La metafora non regge se messa alla prova della nostra comprensione fisica del vetro come materiale. Il costo supera il beneficio se valutato in termini di sforzo degli sviluppatori e chiarezza per l’utente. E in un momento in cui il resto del settore sta ripensando le interfacce attraverso intelligenza e l’autonomia d’azione, Apple ha scelto di impiegare tempo e risorse per aggiungere uno strato di abbellimento visivo che ci lascia tutti a riflettere.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Il miglior design Apple è sempre sembrato inevitabile perché rispettava i vincoli e le capacità della piattaforma. Liquid Glass appare arbitrario perché importa vincoli da una piattaforma completamente diversa.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Probabilmente Apple itererà e affinerà questa direzione nel tempo. Il suo storico dimostra che gli spigoli verranno levigati, le prestazioni miglioreranno e gli sviluppatori si adatteranno. Ma la domanda fondamentale rimane: questo cambiamento rende l’informatica più umana o la complica? Elimina barriere tra gli utenti e i loro contenuti, o ne introduce di nuove?”</p>
</blockquote>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Tab aperte #1</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/tab-aperte</link>
    <guid isPermaLink="true">https://ciroesposito.com/articoli/tab-aperte</guid>
    <pubDate>Fri, 30 May 2025 00:00:00 +0200</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Una raccolta di link dalle tab dei miei browser</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>Sul mio Mac uso diversi browser, soprattutto Firefox e Chrome. Ogni tanto uso Vivaldi, ogni tanto Safari. Ne installo continuamente. Ho installato pure il fu Arc e Opera Air, quest’ultimo senza mai aprirlo. Sul telefono faccio meno diversificazione, uso solo Safari. Su iPad oltre a Safari e Firefox, uso anche DuckDuckGo e Brave, che aiutano tantissimo a bloccare le mille finestre e richieste di ormai quasi tutti i siti web.</p>
<p>La prendo larga. Vi parlo dei browser perché volevo parlarvi delle tab aperte in questo momento. Mi è venuta l’idea leggendo il <a href="https://anhvn.com/posts/2025/my-open-tabs/">post di Anhvn e delle sue tab aperte</a>.</p>
<hr />
<p>Sul mio smartphone sono aperte 37 tab. Su iPad 51. Su Mac solo 5. In questo periodo faccio revisioni online con i miei studenti, quasi sempre condividendo io lo schermo e tendo a fare pulizia spesso. Sotto una selezione delle tab aperte.</p>
<p>Ci sono tante tab su vari font. Ci sono articoli di news. Ci sono varie pagine con immagini di scarpe (volevo comprare delle nuove sneakers, si accettano suggerimenti).</p>
<p>È aperta da giorni <a href="https://buttondown.com/maiht3k/archive/i-hate-wasting-time-on-identifying-ai-slop/">una tab sul numero di una newsletter</a> chiamata <em>Mystery AI Hype Theater 3000</em>. Il numero contiene un articolo dal titolo <em>I Hate Wasting Time on Identifying AI Slop</em>. mi sembra interessante, ma non sono ancora riuscito a leggere l’articolo. Gli autori della newsletter hanno scritto un libro che si intitola <em>The AI Con</em>.</p>
<p>Qualche settimana fa ho scaricato il trial di questo font, <a href="https://typekiosk.smuss.studio/bureau-sans">Bureau Sans</a>. L’ho provato sia per il mio sito che per un altro piccolo progetto.</p>
<p>Mi è arrivata un’e-mail di Future Fonts che mi segnalava un <a href="https://www.future-fonts.com/typeji/paragraf">aggiornamento del font Paragaf</a>. Future Fonts è una piattaforma che permette ai type designer di mostrare (e vendere) font ancora in lavorazione. Del Paragraf sono in attesa del corsivo.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="Un esempio di caratteri del Paragraf" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/tab-aperte/48ce678956-1783757075/paragraf.png"><figcaption>Un esempio di caratteri del Paragraf</figcaption></figure>
<p>A fine Giugno ci sarà il <a href="https://palermo.ddd.live">Digital Design Days a Palermo</a>. Sto aiutando gli organizzatori a diffondere l’evento tra gli studenti dell’Accademia di Catania. Sono settimane ormai che sono sulla pagina del programma.</p>
<p>Ai Digital Design Days di Palermo ci sarà anche David Carson. Se vi occupate di design dovrebbe essere un nome familiare. È un di quei designer-star. Molto noto, con <a href="https://www.davidcarsondesign.com/t/page/42/">opinioni molto forti</a> su cosa sia o non sia il design. Alcune delle sue collaborazioni sono molto celebri. Tra le sue cose più celebri c’è anche un libro, <em>The end of print</em>.</p>
<p>Qualche giorno fa lo cercavo su eBay e ho <a href="https://ebay.us/m/lPYK2I">una tab aperta</a> su alcune offerte. Tutte costosissime. Ogni volta che mi imbatto in questo libro ricordo di quella volta che lo trovai a Libraccio a Vicenza, una decina di anni, a un prezzo stracciato e non lo presi. Stando a quello che vedo su eBay, oggi l’avrei potuto rivenderlo al quadruplo.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="Una pagina interna del libro The End of Print" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/tab-aperte/95d2cab071-1783757075/end-of-print.webp"><figcaption>Una pagina interna del libro The End of Print</figcaption></figure>
<p>In un’altra tab c’è <a href="https://www.chrbutler.com/action-is-worth-more-than-advice">un post del blog</a> di Christopher Butler, e mi sono annotato questo:</p>
<blockquote>
<p>In my work, I regularly review design output from teams across the industry. I encounter both good ideas and bad ones, skillful craft and poor execution. Here’s what I’ve learned: it’s better to have a mediocre idea executed with strong craft than a brilliant idea executed poorly. When craft is solid, you know the idea can be refined — the execution capability exists, so iteration is possible. But when a promising idea is rendered poorly, it will miss its mark entirely, not because the thinking was wrong, but because no one possessed the skills to bring it to life effectively.</p>
</blockquote>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Graphic design is my passion</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/graphic-design-is-my-passion</link>
    <guid isPermaLink="true">https://ciroesposito.com/articoli/graphic-design-is-my-passion</guid>
    <pubDate>Fri, 16 May 2025 00:00:00 +0200</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Sul perché ai designer piace scherzare sul proprio lavoro</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>In un <a href="https://vanschneider.com/blog/young-designers/dear-young-designer/">post di qualche anno fa</a>, Tobias van Schneider scriveva: «If you hate everything you’ve ever made, congrats. You’re a designer»<sup id="fnref1:1"><a href="#fn:1" class="footnote-ref">1</a></sup>.</p>
<p>Era un post per giovani aspiranti designer. Van Schneider provava a dare un’immagine onesta e realistica del lavoro di designer, fatta spesso di insoddisfazione e autocritica feroce. Quella frase mi è venuta in mente qualche giorno fa leggendo <a href="https://www.itsnicethat.com/articles/elizabeth-goodspeed-optimism-vs-pessimism-graphic-design-270325">l’articolo di Elizabeth Goodspeed</a> sul perché i grafici non riescono a smettere di scherzare sul fatto che odiano il loro lavoro.</p>
<p>Elizabeth Goodspeed dice che l’ironia serve spesso a proteggersi dal disincanto: «Quando la posta in gioco è così personale, l’indifferenza finta può sembrare l’unica risposta sicura».</p>
<p>L’ironia come autodifesa, dovuto al distacco tra aspettative e realtà. Un distacco che probabilmente nasce durante gli anni di formazione, durante i quali gli studenti, futuri designer, sono incoraggiati a sperimentare e si confrontano, studiandoli, i lavori di leggende del design del passato. Nessuno gli dice quanto il design contemporaneo sia vincolato da performance, strumenti e linee guida. E quanto in realtà il design non sia sempre al centro di tutto.</p>
<p>Goodspeed parla della sensazione di disincanto, Scott Berkun, nel suo nuovo libro <a href="https://amzn.to/4k6rRuX"><em>Why design is hard</em></a>, tende una mano ai designer con un “non è colpa tua”.</p>
<blockquote>
<p>In qualche modo ci siamo dimenticati che spesso definiamo il design come qualcosa di distinto dall’atto di decidere. Quello che chiamiamo design è perlopiù consulenza.</p>
</blockquote>
<p>Secondo Berkun, i designer sono spesso vittime in quello che chiama “la trappola dell’ego”: la convinzione che, in quanto designer, si debba essere l’eroe creativo al centro dell’attenzione e avere il controllo sulle decisioni. Aspettative irrealistiche, che inevitabilmente portano a frustrazione quando le proprie idee vengono ignorate o stravolte.</p>
<p>All’inizio del libro, Berkun riprende il <a href="https://www.creativebloq.com/features/paula-scher-logo-sketches">celebre schizzo di Paula Scher per Citibank</a>, disegnato su un pezzo di carta.</p>
<blockquote>
<p>The design…is never really the hard part…. It is persuading…people to use it.<sup id="fnref1:2"><a href="#fn:2" class="footnote-ref">2</a></sup></p>
</blockquote>
<figure><img loading="lazy" alt="Lo schizzo di Paula Scher per il marchio di Citibank" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/graphic-design-is-my-passion/f5a00b869a-1783757075/citi.webp" width="600"></figure>
<hr />
<p>Leggendo in parallelo Elizabeth Goodspeed e Scott Berkun (che ancora non ho finito) ho avuto la sensazione che si completino a vicenda. Goodspeed descrive l’umore diffuso tra molti designer e ne individua le radici culturali ed emotive. Berkun aggiunge la dimensione organizzativa e produttiva, sottolineando chi ha davvero il potere decisionale, e in qualche modo ci porta a considerare una nuova idea di designer.</p>
<hr />
<p>Aggiungo due cose dell’articolo di Goodspeed, che meritano di essere condivise. Una frase (che lascio in inglese) e un’immagine:</p>
<blockquote>
<p>Today, Apple is churning out AI emojis that would make Steve Jobs turn in his grave, and Amazon – the most used website in the world – looks like a bunch of pop-up ads stitched together. Bad design doesn’t appear to hurt their profit margins.</p>
</blockquote>
<figure><img loading="lazy" alt="Un meme sui designer" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/graphic-design-is-my-passion/f177593864-1783757075/Inicio.webp"></figure>
<p><em>Questo post è stato originariamente pubblicato in una delle versioni della <a href="https://buttondown.com/dispenser">newsletter Dispenser</a>.</em></p>
<div class="footnotes">
<hr />
<ol>
<li id="fn:1">
<p>Tobias van Schneider, <a href="https://vanschneider.com/blog/young-designers/dear-young-designer/"><em>Dear young designer</em></a>&#160;<a href="#fnref1:1" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:2">
<p>Abstract: The Art of Design, season 1, episode 6, “Paula Scher: Graphic Design,” Netflix&#160;<a href="#fnref1:2" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
</ol>
</div>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Fotografare gli schermi</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/fotografare-gli-schermi</link>
    <guid isPermaLink="true">https://ciroesposito.com/articoli/fotografare-gli-schermi</guid>
    <pubDate>Fri, 02 May 2025 00:00:00 +0200</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Note su un possibile articolo</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>Quando usavo con più costanza i social (soprattutto il fu Twitter) mi divertivo a scrivere titoli improbabili (o quasi) per possibili saggi. (Ognuno si diverte a modo suo). Il format era: Saggi che meriterebbero di essere scritti: [Titolo improbabile (o quasi)]. Condivido sotto qualche titolo:</p>
<ul>
<li>Scusa se ti rispondo in ritardo</li>
<li>Sopravvivere alla scomparsa di un file</li>
<li>Dimenticare le password</li>
<li>Attendere un upload</li>
<li>Il magico potere di “ordina per data di modifica”</li>
<li>Fotografare gli schermi</li>
<li>Poco fa era online</li>
<li>Intanto facciamo così, poi lo sistemiamo</li>
<li>Lo sistemiamo dopo, con calma (il seguito di quello di prima)</li>
</ul>
<p>Tempo fa avevo anche provato a dare seguito a quei titoli. Vi riporto sotto appunti e note di un possibile breve articolo sul “fotografare gli schermi”.</p>
<hr />
<p>Quando ho provato a scrivere l’articolo sul fotografare gli schermi, ho sperimentato diversi incipit. In uno scrivevo che <a href="https://cleanshot.com/">CleanShot X</a> è uno dei primi software che installo ogni volta che cambio Mac. In un altro raccontavo un episodio che probabilmente è capitato a chiunque:</p>
<blockquote>
<p>Qualche giorno fa ho avuto un problema con il mio sito web e ho scritto un messaggio per chiedere aiuto. La prima risposta è stata: “Ok, mandami uno screenshot”.</p>
</blockquote>
<p>Buona parte del mio lavoro lo svolgo davanti a uno schermo, come succede anche a voi, immagino. Occupandomi di progettazione di interfacce digitali (per web o app), mi ritrovo di continuo a fotografare gli schermi per varie esigenze: ispirazione, revisione, analisi, segnalazioni.</p>
<p>Quando ho scritto quel tweet usando la parola “fotografare”, non sapevo ancora che la prima fotografia di uno schermo è stata una vera fotografia.</p>
<p>Prima che i sistemi operativi integrassero la funzione di “cattura schermo”, per riprendere una schermata si scattavano fotografie. Lo faceva IBM, con i suoi primi computer, per documentare l’output di un certo software. Secondo alcune ricostruzioni, il primo screenshot potrebbe essere avvenuto nel 1956, con l’immagine di una pin‑up<sup id="fnref1:1"><a href="#fn:1" class="footnote-ref">1</a></sup>.</p>
<figure><img alt="Quello che è considerato il primo screenshot" loading="lazy" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/fotografare-gli-schermi/867a9c3ae8-1783757075/sage_pinup-thumb.jpg"><figcaption>Il primo screenshot (forse)</figcaption></figure>
<hr />
<p>Provando a documentarmi sugli screenshot ho individuato alcuni aspetti che potrei esplorare, dovessi un giorno poi scrivere un articolo: documentazione, memoria e nostalgia, archiviazione, condivisione.</p>
<p>Mi sono salvato <a href="https://www.artribune.com/progettazione/new-media/2021/02/screenshot-cultura/">l’articolo di Francesco Ciaponi su <em>Artribune</em></a>:</p>
<blockquote>
<p>Lo <em>screenshot</em> è un modo per (di)mostrare agli altri ciò che si sta facendo o vedendo, una forma di archiviazione o più banalmente una sorta di bloc notes con cui fissare – come nel mio caso – notizie relative a orari e appuntamenti. Lo usiamo per mettere al sicuro biglietti di viaggio da mostrare, mappe e indicazioni stradali, o, ancora, per mostrare al supporto tecnico del caso gli odiosi messaggi di errore o i problemi software.<sup id="fnref1:2"><a href="#fn:2" class="footnote-ref">2</a></sup></p>
</blockquote>
<p>Gli screenshot funzionano come agenti di memoria. Riguardando vecchi screenshot, la memoria torna a quel momento, con anche un senso di nostalgia. Un po’ come per le fotografie. Appunto mentale: dovrei rileggere <em>Sulla fotografia</em> di Susan Sontag.</p>
<p>Un altro articolo che ho salvato è <a href="https://reallifemag.com/screen-memories/"><em>Screen Memories</em></a> di Kelly Pendergrast per la rivista Real Life (peccato che abbia chiuso qualche anno fa). Pendergrast parla di screenshot come di un documentario:</p>
<blockquote>
<p>[…] Ogni screenshot è un documentario. Un documentario su ciò che ho trovato divertente o degno di condivisione in quel momento, un resoconto di come internet o un’app apparivano al secondo dello scatto, e un documento di tipo di file, metadati e convenzioni di nomenclatura<sup id="fnref1:3"><a href="#fn:3" class="footnote-ref">3</a></sup>.</p>
</blockquote>
<p>Dell’articolo di Pendergrast ho trovato riprende la definizione di “social photograph” che Nathan Jurgenson sviluppa nel suo libro <em>The Social Photo: On Photography and Social Media</em>. Le fotografie sociali sono «immagini quotidiane scattate per essere condivise», «la loro esistenza come oggetto mediatico a sé stante è subordinata alla loro esistenza come unità di comunicazione». Un po’ come gli screenshot.</p>
<p><em>Questo post è stato originariamente pubblicato in una delle versioni della <a href="https://buttondown.com/dispenser">newsletter Dispenser</a>.</em></p>
<div class="footnotes">
<hr />
<ol>
<li id="fn:1">
<p>Benj Edwards, <em><a href="https://www.theatlantic.com/technology/archive/2013/01/the-never-before-told-story-of-the-worlds-first-computer-art-its-a-sexy-dame/267439/">The Never-Before-Told Story of the World's First Computer Art (It's a Sexy Dame)</a></em>, The Atlantic&#160;<a href="#fnref1:1" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:2">
<p>Francesco Ciaponi, <em><a href="https://www.artribune.com/progettazione/new-media/2021/02/screenshot-cultura/">Benvenuti nell’era della “screenshot culture”</a></em>, Artribune&#160;<a href="#fnref1:2" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:3">
<p>Kelly Pendergrast, <em><a href="https://reallifemag.com/screen-memories/">Screen Memories</a></em>, Real Life&#160;<a href="#fnref1:3" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
</ol>
</div>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Libri letti nel 2024</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/libri-letti-2024</link>
    <guid isPermaLink="true">https://ciroesposito.com/articoli/libri-letti-2024</guid>
    <pubDate>Tue, 07 Jan 2025 00:00:00 +0100</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Con cinque segnalazioni</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno, per fare questo resoconto delle letture, <a href="https://ciroesposito.com/letture-2024">apro la pagina</a> dove le raccolgo e provo a capire cosa ricordo di quei libri. Di alcuni ricordo i passaggi, di altri il momento (dove li ho letti, in che periodo dell’anno, cosa stavo facendo) e la sensazione. Poi vado a rileggermi le note e le sottolineature.</p>
<p>Ho un piacevole ricordo de <em>La parete</em> di Marlen Haushofer, un libro del 1970. Anche se succede poco, almeno per i canoni moderni, le riflessioni della protagonista erano un continuo stimolo alla lettura.</p>
<blockquote>
<p>Le cose semplicemente accadono, e io, come milioni di esseri prima di me, vi cerco un significato, perché la mia vanità m’impedisce di ammettere che l’unico significato di un evento consiste nell’evento stesso.<sup id="fnref1:1"><a href="#fn:1" class="footnote-ref">1</a></sup></p>
</blockquote>
<p>Forse “piacevole” non è l’aggettivo giusto, ma non so bene come descrivere la sensazione. Ero proprio contento di leggere <em>La parete</em>, come lo sono stato di <em>La ragazza del convenience store</em> o di <em>Coventry</em> di Rachel Cusk, di cui ho letto quasi tutto e mi è piaciuto tutto.</p>
<p>Non scrivo spesso di libri che non mi sono piaciuti, anche perché se non mi piacciono li abbandono e li escludo da questa lista. Segnalo comunque <em>La seconda onda</em> di Arthur C. Brooks. Leggo spesso i suoi articoli su <a href="https://www.internazionale.it/tag/autori/arthur-c-brooks">Internazionale</a>, e ci trovo sempre spunti utili. Il tema del libro, legato all’invecchiamento mentale, sembrava stimolante e adatto a me, ma non lo era. Mi è parso più un manuale di auto-aiuto per persone ricche e di successo, con consigli su come affrontare il calo di rilevanza percepita.</p>
<p>Non avevo mai letto <em>Realismo capitalista</em>, anche se in qualche modo l’avevo letto. I testi e le tesi di Mark Fisher mi erano familiari grazie ad altre cose lette, viste e ascoltate.</p>
<p>Dopo <em>Sapiens</em>, sono interessato a tutto quello che scrive Yuval Noah Harari, soprattutto come lo scrive. Del suo nuovo ultimo <em>Nexus</em> ho molto apprezzato la descizione e la breve storia dell’informazione.</p>
<blockquote>
<p>Contrariamente a quanto sostiene la visione ingenua, l’informazione non ha un legame essenziale con la verità e il suo ruolo nella storia non è quello di rappresentare una realtà preesistente. Il suo ruolo è piuttosto quello di creare nuove realtà legando insieme elementi diversi, che si tratti di coppie o di imperi. La sua caratteristica distintiva è la connessione più che la rappresentazione; l’informazione è ciò che collega punti diversi in una rete.<sup id="fnref1:2"><a href="#fn:2" class="footnote-ref">2</a></sup></p>
</blockquote>
<p>Nella seconda parte, Harari parla di AI e dei possibili effetti negativi che potrebbero avere in vari ambiti. Mostrando sia scenari catastrofici che situazioni già attuali.</p>
<p>Ho letto due libri di Nello Cristianini, informatico e professore di Intelligenza artificiale presso l’Università di Bath: <em>La scorciatoia</em> e <em>Machina sapiens</em>. Anche Cristianini, come Harari, esprime preoccupazioni sulle AI, ma allo stesso tempo descrive il funzionamento e aiuta a capirne meglio i meccanismi.</p>
<p>Cristianini cita alcuni studi svolti dall’Università di Stanford e da Facebook su BERT, un modello linguistico più piccolo e semplice e quindi più facile da studiare e addestrare, che hanno messo in evidenza l’ermgere spontaneo di alcune competenze di questi sistemi. Come l’abilità di ChatGPT di rispondere alle domande che gli facciamo. All’inizio doveva solo prevedere la parola successiva in una sequenza di parole.</p>
<blockquote>
<p>In altre parole, l’algoritmo aveva spontaneamente scoperto che le sequenze di parole erano spiegate da una struttura gerarchica in cui alcune parole dipendono da altre, e aveva trovato un modo di stabilire quali parole dipendono da quali altre parole: ovvero le regole della sintassi. Tutto ciò che il modello era stato spinto a fare era predire le parole mancanti, il resto era emerso spontaneamente.<sup id="fnref1:3"><a href="#fn:3" class="footnote-ref">3</a></sup></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Quello che gli esami avevano rivelato era che i moduli di BERT si erano spontaneamente specializzati in modo da eseguire quello che tutti impariamo a scuola, quando studiamo la grammatica e la sintassi, e che oggi fa parte della classica sequenza di elaborazione automatica dei testi.<sup id="fnref1:4"><a href="#fn:4" class="footnote-ref">4</a></sup></p>
</blockquote>
<p>Sotto c'è un breve approfondimento su cinque libri. Libri che, a memoria, mi sembra di aver commentato e citato più spesso quest’anno.</p>
<hr />
<h3>Perché ricordiamo</h3>
<figure class="shadow"><img loading="lazy" alt="Perché ricordiamo" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/libri-letti-2024/9829a5140b-1783757075/perche-ricordiamo.jpg" width="450"><figcaption>Perché ricordiamo</figcaption></figure>
<p>Ho incrociato questo libro durante un <a href="https://ciroesposito.com/articoli/aggiunti-al-carrello">giro in libreria</a>. L’ho poi comprato quasi subito perché è un tema che mi interessa: a che servono i ricordi, come ricordiamo, come e perché si modificano.</p>
<blockquote>
<p>La memoria è molto, molto di più di un archivio del passato, è il prisma attraverso il quale vediamo noi stessi, gli altri e il mondo. È il tessuto connettivo alla base di ciò che diciamo, pensiamo e facciamo.<sup id="fnref1:5"><a href="#fn:5" class="footnote-ref">5</a></sup></p>
</blockquote>
<p>L’autore, Charan Ranganath, docente di Psicologia e Neuroscienze presso l’Università della California a Davis, spiega in maniera molto chiara tutti i meccanismi legati alla memoria.</p>
<p>Scrive degli studi condotti sulla memoria episodica (supportata dall’ippocampo) e del senso di familiarità (supportata dalla corteccia peririnale).</p>
<p>La memoria episodica, concetto introdotto da Endel Tulving nel 1972, ci permette di richiamare e rivivere eventi passati. Il senso di familiarità è una sensazione generica di riconoscimento, come sapere che qualcosa è noto, ma senza un richiamo esplicito di dettagli episodici o contestuali. C’è poi la memoria semantica (sempre Endel Tulving), collegata alla capacità di ricordare cose o conoscenze a prescindere da quando sono state apprese (come la capitale di uno Stato).</p>
<blockquote>
<p>La memoria semantica e il senso di familiarità riflettono ciò che abbiamo visto in passato, ma la memoria non si limita a immagazzinare le conoscenze o a tenere traccia di ciò che abbiamo visto: indica ciò che possiamo e dobbiamo fare in <em>futuro</em>.<sup id="fnref1:6"><a href="#fn:6" class="footnote-ref">6</a></sup></p>
</blockquote>
<p>È interessante che la memoria semantica rimanga solida con l’invecchiamento, al contrario di quella episodica. Con l’avanzare dell’età diminuisce la necessità di apprendere cose nuove e aumenta quella di condividere le conoscenze.</p>
<p>Il nostro cervello è progettato per gestire informazioni piuttosto che ricordarle. Più ripensiamo a eventi del passato più tendiamo a manipolarli. Ogni volta che rievochiamo un evento, la memoria si aggiorna accumulando nuove informazioni, tanto da farci fare un viaggio nel tempo durante il quale, ad esempio, un primo appuntamento si trasforma da goffo a un capolavoro di seduzione.</p>
<hr />
<h3>L’attenzione rubata</h3>
<figure class="shadow"><img loading="lazy" alt="L’attenzione rubata" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/libri-letti-2024/e24d6547c2-1783757075/attenzione-rubata.jpg" width="450"><figcaption>L’attenzione rubata</figcaption></figure>
<p>Johann Hari fa un’interessante panoramica di tutti gli aspetti legati all’attenzione e alla concentrazione. Riprende studi e intervista degli esperti, mettendo in evidenza anche le contraddizioni che ne vengono fuori. Leggendo ho avuto la sensazione di averlo già letto. Altri libri o articoli che ho letto citano molti di questi studi. Mentre lo leggevo, mi ha ricordato anche <em><a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/8-secondi/">8 secondi</a></em> di Lisa Iotti, non solo nei contenuti, ma anche nella struttura. Entrambi gli autori sono giornalisti ed entrambi cominciano raccontando la loro esperienza da disconnessi per un breve periodo.</p>
<blockquote>
<p>Uno studio del professor Michael Posner della University of Oregon ha scoperto che, se vi state concentrando su qualcosa e venite interrotti, mediamente ci vorranno ventitré minuti perché possiate tornare allo stesso livello di concentrazione.<sup id="fnref1:7"><a href="#fn:7" class="footnote-ref">7</a></sup></p>
</blockquote>
<p><em>L’attenzione rubata</em> è ben scritto e molto ben documentato. Affronta la questione dell’attenzione non solo dal punto di vista della tecnologia, ma anche trattando i cambiamenti della società, legati all’educazione dei figli: iperprotettiva e che supervisiona ogni attività.</p>
<blockquote>
<p>L’idea che i bambini non possano giocare all’aperto senza incorrere in pericoli non è mai esistita nella storia dell’umanità. I bambini hanno sempre giocato insieme, per la maggior parte del tempo senza la diretta supervisione di un adulto. [...] È stato così per tutta l’umanità. Dire improvvisamente no, è troppo pericoloso, è come dire che i bambini dovrebbero dormire a testa in giù”. È un ribaltamento di ciò che ogni precedente società umana ha ritenuto vero.<sup id="fnref1:8"><a href="#fn:8" class="footnote-ref">8</a></sup></p>
</blockquote>
<p>Molti di questi temi li ritroverete anche in <em>Generazione ansiosa</em> di Jonathan Haidt.</p>
<hr />
<h3>Menti tribali</h3>
<figure class="shadow"><img loading="lazy" alt="Menti tribali" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/libri-letti-2024/7c4b62dcc0-1783757075/menti-tribali.jpg" width="450"><figcaption>Menti tribali</figcaption></figure>
<p>Ho letto <em><a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/menti-tribali-ed-2021/">Menti tribali</a></em> (pubblicato nel 2012) a inizio anno. A fine anno ho letto <em>Generazione ansiosa</em>, che ho trovato meno illuminante, un po’ ripetitivo e con troppe opinioni, nonostante il notevole lavoro fatto sui dati. Forse perché avevo già letto altri libri e articoli sull’argomento. (Ve ne ho segnalato uno poco sopra, <em>L’attenzione rubata</em>).</p>
<p>In <em>Menti tribali</em>, Haidt fa un resoconto divulgativo delle sue ricerche sulla psicologia morale. Descrive il ruolo della moralità, evolutasi come un meccanismo per favorire la coesione di gruppo e la cooperazione, essenziali per la sopravvivenza umana. Parla del meccanismo con cui si forma. In parte, la moralità è innata, la paragona alla capacità linguistica: nasciamo con una predisposizione biologica alla moralità, proprio come siamo predisposti a imparare una lingua. In parte, la moralità è plasmata dal contesto culturale e dalle esperienze personali.</p>
<p>Haidt all’inizio del libro usa la metafora del portatore e dell’elefante per descrivere razionalità e processi automatici (come le intuizioni e le emozioni). </p>
<p>I processi automatici della mente, evolutisi per centinaia di milioni di anni, sono estremamente efficienti e costituiscono la base del funzionamento umano. Con lo sviluppo del linguaggio e del ragionamento nell’ultimo milione di anni, il cervello non ha delegato il controllo a questi nuovi strumenti, ma li ha sviluppati per servire i processi automatici, come un portatore che supporta l’elefante, simbolo di tali meccanismi istintivi.</p>
<p>Il portatore è una specie di avvocato difensore dell’elefante, che a posteriori giustifica azioni e giudizi. Secondo Haidt lo si può paragonare al suo addetto stampa.</p>
<blockquote>
<p>Dati i giudizi (prodotti dai meccanismi cognitivi inconsci nel cervello, a volte correttamente, altre no), gli esseri umani forniscono spiegazioni razionali che sono convinti giustifichino i loro giudizi. Ma le spiegazioni razionali (su questo argomento) sono solo razionalizzazioni a posteriori.<sup id="fnref1:9"><a href="#fn:9" class="footnote-ref">9</a></sup></p>
</blockquote>
<hr />
<h3>Il primo libro di teoria dell’immagine</h3>
<figure class="shadow"><img loading="lazy" alt="Il primo libro di teoria dell’immagine" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/libri-letti-2024/6fcf89f071-1783757075/teoria-immagine.jpg" width="450"><figcaption>Il primo libro di teoria dell’immagine</figcaption></figure>
<p>Andrea Pinotti è docente di Estetica alla Statale di Milano e in questo suo nuovo libro introduce le principali teorie sulle immagini. In ogni capitolo si affronta un argomento, accompagnato da «un innesco visivo, che mette sul tavolo il problema in gioco», che si tratti di percezione, sguardo o stile.</p>
<p>A un certo punto, Pinotti cita Sontag e in quel momento mi sono messo a rileggere <em>Sulla fotografia</em>, che non ricordavo fosse un libro del 1977.</p>
<blockquote>
<p>«Ogni fotografia attende d’essere spiegata o falsificata da una didascalia», ha osservato Susan Sontag.<sup id="fnref1:10"><a href="#fn:10" class="footnote-ref">10</a></sup></p>
</blockquote>
<p>Nel libro si affronta anche la questione delle immagini digitali, create con l’aiuto di un software o generate direttamente.</p>
<blockquote>
<p>Se nella realizzazione tradizionale dell’immagine fotografica si inseriva di necessità uno scarto temporale fra la cattura del reale (l’input), la sua esibizione (l’output) e la sua eventuale successiva manipolazione (l’editing), nell’immagine algoritmica si verifica una simultaneità di produzione e trasformazione, di input e output. Si tratta di una trasformazione radicale dell’esperienza tradizionale dell’immagine fotografica, che spesso viene ricondotta in studi recenti sotto la categoria di «postfotografia», proposta fra gli altri da Geoffrey Batchen e Joan Fontcuberta.<sup id="fnref1:11"><a href="#fn:11" class="footnote-ref">11</a></sup></p>
</blockquote>
<hr />
<h3>Come il design trasforma il mondo<sup id="fnref1:12"><a href="#fn:12" class="footnote-ref">12</a></sup></h3>
<figure class="shadow"><img loading="lazy" alt="Come il design trasforma il mondo" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/libri-letti-2024/dd99f92eb8-1783757075/design.jpg" width="450"><figcaption>Come il design trasforma il mondo</figcaption></figure>
<p>Quando, oltre dieci anni fa, iniziai, per lavoro e interesse, a documentarmi sul lavoro da remoto, più di una persona mi consigliò un libro appena uscito: <em>The Year Without Pants</em>. Era il 2013, Scott Berkun, in quel libro, raccontava la sua esperienza in Automattic (quelli di WordPress) e il loro modo di gestire il lavoro da remoto, praticato da poche aziende all’epoca. Oggi molte più aziende (anche grazie alla spinta del COVID) hanno preso confidenza con quelle dinamiche, non tante nelle dimensioni e le modalità di Automattic.</p>
<p>Il libro lo trovai molto utile. Non l’ho più riletto, quindi non so come potrebbe apparire oggi, ma ricordo che all’epoca mi aiutò a comprendere meglio un tema che non conoscevo. Da allora seguo Berkun, che nel frattempo si è dedicato ad altre attività.</p>
<p><em>Come il design trasforma il mondo</em> è uscito nel 2020 e ho cominciato a leggerlo in inglese, appena uscito. L’ho poi abbandonato, quando ho scoperto che era uscita <a href="https://amzn.to/3ZNIMKi">una versione in italiano</a>, l’ho acquistata e ho proseguito la lettura.</p>
<p>Il libro di Berkun non è un manuale, ma un libro divulgativo, che si pone l’obiettivo di spiegare anche ai non designer cos’è il design e cosa fa il designer.</p>
<p>Vi riporto sotto alcune sottolineature della parte che ho letto in inglese e di quella che ho letto in italiano:</p>
<blockquote>
<p>As book designer Douglas Martin explains, “The question about whether design is necessary or affordable is beside the point. Design is inevitable. The alternative to good design is bad design, not no design at all.”<sup id="fnref1:13"><a href="#fn:13" class="footnote-ref">13</a></sup></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Even though design is a profession, every person in the world is a designer in some way. Everyone designs something. It might be the arrangement of furniture in a living room, or the placement of items on an office desk. Even arranging icons on the home screen of a mobile device or the background images for a social media profile are acts of design. They share the same elements of deciding on a goal, even if it’s implicit and subconscious, and then making choices to fulfill it.<sup id="fnref1:14"><a href="#fn:14" class="footnote-ref">14</a></sup></p>
</blockquote>
<p>I principi di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Paul_Mijksenaar">Paul Mijksennaar</a>, uno dei progettisti del sistema di orientamento dell’aeroporto di Schipol di Amsterdam, noto per il suo eccellente design:</p>
<blockquote>
<p>Continuità: le informazioni offerte per un’attività vengono ripetute, con la frequenza appropriata, fino al completamento dell’attività o al raggiungimento della destinazione. </p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Scopribilità: le informazioni giuste dovrebbero essere quelle più facili da notare al momento giusto, e oggetti diversi non dovrebbero mai competere per l’attenzione dell’utente.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Coerenza: si dovrebbero utilizzare sempre le stesse icone, e gli stessi colori e termini. Un “ristorante” non dovrebbe diventare uno “snack bar”. Termini, colori e altri elementi dovrebbero essere appresi solo una volta e poi rimanere invariati. </p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Chiarezza: il significato di ogni messaggio deve essere chiaro al numero maggiore possibile di persone, anche se parlano un’altra lingua.<sup id="fnref1:15"><a href="#fn:15" class="footnote-ref">15</a></sup></p>
</blockquote>
<p>Oltre al libro in sé, vi consiglio anche il sito dedicato al libro, soprattutto <a href="https://designmtw.com/reading-list/">la sezione dedicata alle letture</a> che hanno aiutato Berkun a scriverlo. È una pagina che consulto quando sono in cerca di qualcosa da leggere.</p>
<div class="footnotes">
<hr />
<ol>
<li id="fn:1">
<p>Marlen Haushofer, <em>La parete</em>, Edizioni e/o, 2013&#160;<a href="#fnref1:1" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:2">
<p>Yuval Noah Harari, <em>Nexus. Breve storia delle reti di informazione dall'età della pietra all'IA</em>, Bompiani, 2024&#160;<a href="#fnref1:2" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:3">
<p>Nello Cristianini, <em>Machina sapiens</em>, Il Mulino, 2024&#160;<a href="#fnref1:3" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:4">
<p>Ibid.&#160;<a href="#fnref1:4" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:5">
<p>Charan Ranganath, <em>Perché ricordiamo</em>, Aboca, 2024&#160;<a href="#fnref1:5" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:6">
<p>Ibid.&#160;<a href="#fnref1:6" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:7">
<p>Johann Hari, <em>L’attenzione rubata</em>, La Nave di Teseo, 2023&#160;<a href="#fnref1:7" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:8">
<p>Ibid.&#160;<a href="#fnref1:8" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:9">
<p>Jonathan Haidt, <em>Menti tribali</em>, Codice, 2021&#160;<a href="#fnref1:9" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:10">
<p>Andrea Pinotti, <em>Il primo libro di teoria dell’immagine</em>, Einaudi, 2024&#160;<a href="#fnref1:10" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:11">
<p>Ibid.&#160;<a href="#fnref1:11" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:12">
<p>Dal <a href="https://buttondown.com/dispenser/archive/007-come-il-design-trasforma-il-mondo/">numero 007 </a>della versione giornaliera, e temporanea, di Dispenser.&#160;<a href="#fnref1:12" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:13">
<p>Scott Berkun, <em>How Design Makes the World</em>, Scott Media, 2020&#160;<a href="#fnref1:13" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:14">
<p>Ibid.&#160;<a href="#fnref1:14" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:15">
<p>Scott Berkun, <em>Come il design trasforma il mondo</em>, Tecniche Nuove, 2022&#160;<a href="#fnref1:15" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
</ol>
</div>]]></content:encoded>
          </item>
    <item>
    <title>Lo stato del Design nel 2025</title>
    <link>https://ciroesposito.com/articoli/stato-del-design</link>
    <guid isPermaLink="true">https://ciroesposito.com/articoli/stato-del-design</guid>
    <pubDate>Mon, 30 Dec 2024 00:00:00 +0100</pubDate>
        <description><![CDATA[<p>Erika Hall e il report di UX Collective su UX design e automazione</p>]]></description>
            <content:encoded><![CDATA[<p>Erika Hall, designer e autrice di <a href="https://www.mulebooks.com/just-enough-research"><em>Just Enough Research</em></a>, arrivata su Bluesky<sup id="fnref1:1"><a href="#fn:1" class="footnote-ref">1</a></sup>, ha <a href="https://bsky.app/profile/erikahall.bsky.social/post/3ld24e5ttrk2h">ripescato</a> un suo vecchio tweet del 2020. Un tweet all’epoca aveva provocato un ampio dibattito tra gli addetti ai lavori.</p>
<figure><img loading="lazy" alt="La rana pescatrice come metafora dello UX Design" src="https://cdn.ciroesposito.com/media/pages/articoli/stato-del-design/7390817fe6-1783757075/erika-hall.jpg"></figure>
<p>Nel tweet condiviso da Erika Hall c’è l’immagine di una minacciosa rana pescatrice, con accanto il testo “business model”. Vicino a quella specie di esca luminosa che gli penzola dalla testa (che ho scoperto chiamarsi illicio e che viene usato per catturare piccoli pesci) c’è scritto UX.</p>
<p>Mark Hurst, fondatore di Creative Good, all’epoca prese spunto da quel tweet per scrivere un articolo dal titolo <a href="https://creativegood.com/blog/21/losing-faith-in-ux.html"><em>Why I'm losing faith in UX</em></a>. Nell’articolo lamenta come le grandi aziende tecnologiche abbiano trasformato la UX in uno strumento per sfruttare gli utenti e le persone.</p>
<p>Scott Berkun, l’autore di <a href="https://scottberkun.com/2021/put-faith-in-ux-design/"><em>How Design Makes The World</em></a>, scrisse poi un post di risposta a Hurst, dicendo che Hurst vede solo una parte del quadro. Alcune aziende tecnologiche, infatti, offrono un’ottima UX e un ottimo design, ma sfruttano i clienti; altre, come Amazon, non sono altrettanto attente al design, eppure i clienti ne risultano comunque soddisfatti.</p>
<p>Ho ripensato a quel tweet di Erika Hall, e ai vari commenti usciti all’epoca, leggendo <a href="https://trends.uxdesign.cc">il report annuale di UX Collective</a> sullo stato dello UX Design.</p>
<p>Nel report si parla di come gli strumenti AI integrati in Figma, Canva e Vercel stiano automatizzando parti significative del lavoro dei designer. E di come tutto questo cambierà la percezione del ruolo del designer<sup id="fnref1:2"><a href="#fn:2" class="footnote-ref">2</a></sup>.</p>
<p>Il report evidenzia anche un trend in crescita legato all’ottimizzazione dei flussi per massimizzare i clic e un altro legato al rilascio di prodotti non del tutto completi, in nome di approcci come il “fail fast” e il “lean UX”.</p>
<p>Scrivono:</p>
<blockquote>
<p>Ottimizziamo i flussi per ottenere clic, non per fornire chiarezza. Abbiamo smesso di creare strumenti e iniziato a realizzare trappole di coinvolgimento.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Se in passato la UX trasmetteva un certo senso di cura verso gli utenti, nel 2024 seguiamo freddamente i numeri. In molte aziende, la ricerca della crescita sta soppiantando la ricerca di significato.</p>
</blockquote>
<p>In risposta a tali tendenze, il report suggerisce di abbracciare il cambiamento.</p>
<blockquote>
<p>Il cambiamento di cui stiamo parlando non è una rivoluzione, ma un’evoluzione. Semplicemente, varierà il numero di ruoli necessari e ciò che comportano. “Sistemi digitali, non persone, svolgeranno gran parte del lavoro di Interaction Design (a livello di schermo).”</p>
</blockquote>
<p>Di riconsiderare il proprio percorso professionale, magari approfondendo leadership, strategia, creatività, psicologia degli utenti o accessibilità. Oppure tornare alle basi, concentrandosi sulla gioia della creazione e sulla costruzione di qualcosa di tangibile e significativo. O anche esplorare nuove opportunità, valutando carriere alternative o coltivando passioni nascoste, poiché il design resta soprattutto un modo unico di osservare e reimmaginare il mondo.</p>
<div class="footnotes">
<hr />
<ol>
<li id="fn:1">
<p>Un social simile al fu Twitter, nato proprio all’interno di Twitter, come progetto di ricerca. (Anche io ho un <a href="https://bsky.app/profile/cirox.it">account personale</a>)&#160;<a href="#fnref1:1" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
<li id="fn:2">
<p>(Ne avevamo parlato anche in <a href="https://dispenser.design/newsletter/069/">un numero di Dispenser</a> di quest’anno, riprendendo un interessante speculazione di Josè Arango)&#160;<a href="#fnref1:2" rev="footnote" class="footnote-backref">&#8617;</a></p>
</li>
</ol>
</div>]]></content:encoded>
          </item>
  </channel>
</rss>
