Tab aperte #6
/ Software per uno, logout, fare domande
Tab aperte è una rubrica che mette assieme alcune delle tab aperte sui vari browser, con link e commenti.
Sto facendo, per me, un’app per salvare link, immagini e note. L’ho chiamata Raccolta. Lo so, serve un nome vero, ma non è per questo che ne sto scrivendo. È per dire che ormai è diventata la mia fonte di intrattenimento preferita. E per riprendere un estratto da Software for One, dove AJ Waxman racconta gli ultimi mesi passati a fare app per sé e per la sua famiglia.
It’s not just fun. It’s addictive. Agentic coding has slot machine mechanics. You’re one prompt away from the next feature or unlock, so you keep pulling.
L’articolo di Waxman è stato il punto di partenza dell’ultimo numero di Dispenser, il #080.1
Ho ancora aperta la tab con l’articolo di Giorgia Lupi sul New York Times, A.I. Shortcuts Are Ruining How We Think. Mentre lo leggevo annuivo spesso. Mi sono anche segnato un estratto nella pagina /link, dove finiscono le cose che mi salvo mentre leggo:
Where we won’t use A.I. is during the discovery, listening and thinking phase. Crucial information surfaces in early conversations.
Lupi dice che il momento in cui ha meno senso usare l’AI è la fase iniziale di un progetto, quando si ascolta, si scopre, si pensa. Il resto può andare veloce. Aggiungerei: in certi casi anche in automatico, purché si tenga il controllo.

Ero convinto di aver salvato nella sezione link anche un altro pezzo, We used to log off di Wira Indra Kusuma, su DOC, ma non c’è. La tab però è ancora aperta. Ricordavo bene l’articolo, letto un po’ di tempo fa, e sono andato quasi a colpo sicuro a copiare questo passaggio:
Logging off was an action. It had a verb. You closed something, and the day resumed its other texture.
A volte ci si ricorda le cose e basta, anche senza scriverle da nessuna parte.
Il silenzio dopo la disconnessione, scrive Kusuma, dava alle giornate un confine. Poi i designer hanno tolto le uscite, con le migliori intenzioni: «Every door we removed we called an improvement». È un pezzo sul design, non sulle piattaforme brutte e cattive e i loro CEO.
Sempre sul New York Times c’è una tab aperta da fine settembre, un articolo su come evitare gli infortuni da corsa. Da corridore della domenica (letteralmente) avrei potuto aprire il link per i consigli, invece l’ho aperto soprattutto per l’illustrazione. La metto qui, con il rimando al sito di chi l’ha disegnata, Hayley Watson.

Ci sono poi tre tab di caratteri. Il primo, Motorik di Monokrom, lo sto testando perlopiù sul mio sito. Potrei usarlo anche da qualche altra parte.
È un neo-grotesk del 2024 che riparte dai principi di Walter Käch e dall’Univers di Frutiger. Scrivono sulla pagina del font:
Motorik revisits the conception of the mature modernist sans-serif, the cultural climate it grew out of, and its instant ideological demise.

La seconda tab è Adelle Mono Flex, che sta diventando il mio monospaziato per le app di testo e di note, Obsidian e Ulysses. Per il codice, da anni, non riesco a scrivere manco un tag HTML senza JetBrains Mono.
In un’altra tab c’è un post di Andy Bell, You’ll miss publishers when they’re gone. Bell cura Piccalilli, un sito sullo sviluppo front-end, e parte da quello che è successo a CSS-Tricks dopo l’acquisizione da parte di DigitalOcean: una pubblicazione con migliaia di articoli diventa marginale quando smette di essere una priorità dell’azienda che la possiede.
Pubblicare costa, scrive Bell. «When you (rightly) pay writers fairly for their work, the costs build up really quickly». Costa pagare chi scrive, fare editing, occuparsi dell’archivio. E costa tempo. Piccalilli ha rallentato quest’anno perché Bell ha dovuto concentrarsi sullo studio che lo finanzia.
Aperta da settimane, c’è anche Living questions di Richard Griffiths. Parte da un invito di Rilke a «vivere le domande» invece di cercare subito le risposte, e prova a capire quali siano, queste domande. Non quelle che dovrebbero interessarci:
Living questions are not what you think you should focus on, but what you actually do focus on.
Nell’articolo c’è anche l’idea che fare le proprie domande ad alta voce serva a trovare chi ne ha di simili: «Asking your questions out loud, in public or semi-public, may be a means to find your people». I blog, le newsletter, le riviste, sono utili anche a questo. Un tempo lo erano anche i social, ma sappiamo com’è finita. In ogni caso, come ricorda Bell, qualcuno deve trovare il tempo, la voglia e magari i soldi per tenerli aperti.
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Buona parte di quello che avevo scritto per questo numero è finita lì, in Software per uno, che da Software for One ha preso in prestito il titolo. Ci sono gli altri estratti e allargo il discorso. ↩