Ciro Esposito https://ciroesposito.com/blog Fri, 20 Dec 2019 00:00:00 +0000 Ultimi articoli da ciroesposito.com I software per UI e UX Design https://ciroesposito.com/articoli/ux-ui-design-tools articoli/ux-ui-design-tools Fri, 20 Dec 2019 00:00:00 +0000 Ogni anno il sito UXTools conduce un’indagine sugli strumenti più utilizzati nella progettazione di servizi e prodotti digitali. I designer che rispondono al questionario sono perlopiù UX designer, Product designer, Web designer, UI designer. Negli anni precedenti i vincitori nelle varie categorie erano ben definiti, quest’anno le distanze si sono assottigliate.

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Le categorie dell’indagine si riferiscono alle varie fasi della progettazione. Si parte dalla fase di “brainstorming e ricerca”, dove l’utilizzo di carta e lavagna precede software come Sketch, Figma e XD. Interessante notare la presenza di strumenti come Miro e Milanote (due “lavagne digitali”), entrambi non erano presenti tra le opzioni della domanda.

Nella fase di “flusso e site map” al primo posto c’è sempre Sketch, subito dopo la maggior parte dei designer dice di non usare niente. I tre tool più usati per il “wireframing” sono gli stessi utilizzati per lo UI design”, nello stesso ordine: Sketch, Figma e XD. Nell’area dedicata alla prototipazione subito dopo Sketch troviamo InVision, seguito da Figma e XD. Per quanto riguarda la fase relativa all’handoff (la condivisione del progetto con sviluppatori), al primo posto c’è Zeplin. Un tool che si integra con Sketch, Figma e XD. In questa categoria non è presente Sketch perché a differenza di Figma e XD non ha funzioni di handoff.

Rispetto ai risultati dell’anno scorso salta all’occhio il balzo in avanti di Figma, in quasi tutte le fasi. Ed interessante notare che quelli che sono cresciuti di più, come Figma, sono gli strumenti che generano più aspettativa e voglia di utilizzarlo.

Sotto una panoramica dei risultati.

I risultati della ricerca di di UXTools

Report sul Design

Sull’ultimo numero della newsletter Dispenser.Design una sintesi dei report di UXTools, Dribbble, AIGA e UX Collective.

Leggi la sintesi su Dispenser.Design

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Sui magazine indipendenti https://ciroesposito.com/articoli/magazine-indipendenti articoli/magazine-indipendenti Fri, 18 Oct 2019 00:00:00 +0000 Negli ultimi anni è cresciuto molto l’interesse verso i magazine cartacei, soprattutto indipendenti. Se ne producono molti, ci sono libri e siti dedicati.

In un articolo — scritto per Pixartprinting — una panoramica sul mondo dei magazine indipendenti e sul rinnovato interesse verso questa forma di comunicazione e informazione.

Continua a leggere sul blog di Pixartprinting

Una doppia pagina del magazine Anxy
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Studiare design https://ciroesposito.com/articoli/don-norman-scuole-design articoli/don-norman-scuole-design Tue, 28 Jan 2020 00:00:00 +0000 Sulla versione online della rivista Fast Company, Don Norman ha condiviso un articolo sulle competenze che dovrebbe maturare un designer nel 2020. L’articolo prende spunto dall’annuale report di John Maeda sul design. Nel report Maeda metteva evidenziava la necessità, da parte del design, di mettersi in relazione con tutte le attività di un’azienda.

Secondo Norman i designer spesso hanno scarse capacità di lavoro di squadra e sono pochi inclini al compromesso. Questa incapacità alla collaborazione deriva dal tipo di formazione che hanno ricevuto, sopratutto nelle scuole d’arte.

Dobbiamo insegnare ai designer l’importanza del lavoro di squadra con le altre discipline. Non puoi progettare un ottimo prodotto senza un team che collabora con ogni disciplina, dove tutti sono disposti a scendere a compromessi se porteranno vantaggi ai clienti e faranno guadagnare l’azienda. Ho lavorato in Apple nell’era “tra Jobs” e anche se avevamo il miglior prodotto nel mondo dei computer, stavamo andando in bancarotta. Ho imparato molte lezioni da quell’esperienza. Ad esempio, non importa quanto sia buono il tuo prodotto se le persone non lo acquistano. E puoi dirlo in riferimento a qualsiasi cosa.

Oggi la maggior parte della formazione sul design si concentra sulle capacità di designer di produrre meravigliosi artefatti. Per alcuni tipi di designer, questo è necessario, ma non è sufficiente. La formazione nell’ambito del design raramente include principi aziendali, ruolo delle evidenze1, etica e il caos che il nostro design crea in tutto il mondo.

Come cambiamo la formazione nel design? Ci sto lavorando. Per prima cosa, dobbiamo separare i designer dalle scuole e dai dipartimenti d’arte. E dobbiamo garantire che i designer abbiano un’ampia formazione di storia, etica e ed educazione civica. Hanno bisogno di una migliore educazione scientifica e tecnologica. E devono riconoscere l’importanza del pensiero sistemico2. Non possiamo semplicemente concentrarci sul piccolo, dobbiamo anche pensare in grande.

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  1. Inteso come Evidence–based practice 

  2. Che aiuta poi nel Systemic Design, che non è il Design System 

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Massimo Vignelli https://ciroesposito.com/articoli/massimo-vignelli articoli/massimo-vignelli Thu, 27 Feb 2020 00:00:00 +0000 Sul blog di Pixartprinting un articolo che raccoglie e racconta alcuni dei lavori più significativi di Massimo Vignelli.

Vignelli era un total designer. Ha progettato di tutto, spaziando in più ambiti nel mondo del design. Ha progettato manifesti, riviste, giornali, libri, sedie, poltrone, marchi, chiese, mostre, allestimenti, etichette di vini. Ha progettato un sistema modulare per la stampa di opuscoli e brochure per i parchi nazionali americani. I parchi nazionali americani sono più di 400 e ogni anno ospitano quasi 300 milioni di visitatori. Un progetto che ancora oggi richiede un enorme lavoro di stampa.

Continua a leggere sul blog di Pixartprinting

Il sistema Unigrid progettato da Vignelli per il National Park Service
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Trovare, testare e comprare font https://ciroesposito.com/articoli/guida-font articoli/guida-font Thu, 23 Jan 2020 00:00:00 +0000 Sul blog di Pixartprinting una piccola guida pratica su come trovare, testare e acquistare i font più adatti al proprio progetto.

La scelta del font è determinante per la buona riuscita di un progetto grafico. Come ricordava Tobias Frere-Jones nel documentario Helvetica, il font è come l’attore che recita una scena. Se l’attore è poco credibile, la scena sarà poco credibile. Se il font che si sta utilizzando stona con il messaggio che si vuole comunicare, l’intero progetto ne risentirà in maniera negativa.

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Il GT Walsheim in uso, dal blog di Grilli Type
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Interfacce, metafore e idiomi https://ciroesposito.com/articoli/interfacce-metafore-idiomi articoli/interfacce-metafore-idiomi Tue, 17 Sep 2019 00:00:00 +0000 “Progettare interfacce: l’uso di metafore e idiomi” è il titolo di un articolo per il blog di WUDRome, a seguito di un mio intervento per la tappa di Catania del WUDTour.

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Riporto sotto una frase per inquadrare subito la differenza tra metafore e idiomi:

Se trascinare un oggetto nel cestino per eliminarlo è una metafora, il trascinamento di un disco esterno nel cestino per espellerlo è un idioma.

Continua a leggere sul blog di WUDRome


WUDRome 2019

Segnalo che il 14 e 15 Novembre si terrà l’edizione 2019 del WUDRome. Due giorni di workshop, talk tematici e case study sulle tematiche di Human Centered Design e User Experience. Il tema di quest’anno, ispirato agli obiettivi di sviluppo sostenibile per il futuro delle Nazioni Unite (ONU), sarà “Design for the future we want”.

Come designer, il nostro lavoro ci porta quotidianamente ad immaginare il futuro. Progettiamo per innovare, migliorare e includere. Progettiamo con e per le persone.

Ma siamo sicuri di farlo sempre per il loro bene?

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Un’intervista a Richard Turley https://ciroesposito.com/articoli/intervista-richard-turley articoli/intervista-richard-turley Thu, 13 Feb 2020 00:00:00 +0000 È possibile leggere l’intera intervista realizzata da Matt Alagiah, sul sito di It’s Nice That.

Richard Turley è un grafico inglese. Al momento è il global creative director dell’agenzia Wieden+Kennedy. Ha lavorato in più ambiti, in ruoli diversi. Ha cominciato lavorando al Guardian (quotidiano di Londra) con Mark Porter, a cui deve tutto quello che sa: «mi ha insegnato come guardare un carattere tipografico, come usarlo, come guardare le immagini e come ritagliarle. Mi ha insegnato a pensare.» Si è trasferito in USA a lavorare presso un altro giornale, Bloomberg Businessweek. Un settimanale di economia che in quel periodo divenne molto popolare tra i grafici, per l’impaginazione e le sue irriverenti copertine. Ha poi lavorato per MTV con il titolo di senior vice president of visual storytelling. Nel 2017, alla Wieden+Kenney, ha curato il rebrand della Formula 1.

A Turley piace lavorare in una grande agenzia, ma qualsiasi lavoro realizzato per un cliente non riesce mai a soddisfarlo al 100%. Ha quindi continuamente bisogno di dedicarsi a progetti personali, e di lavorare con piccoli team. Il suo ultimo progetto personale è del 2019: la rivista Civilization.

La copertina dell’ultimo numero di Civilization

Sul suo approccio al lavoro dice:

Il mio processo di lavoro è piuttosto veloce. Non mi è mai stato diagnosticato l’ADHD, ma sono abbastanza sicuro di averne una variante. Sono molto dispersivo e intuitivo — più che pensare un progetto lo sento. Non ho un modo specifico per affrontare un problema, se non molto rapidamente. Lavoro abbastanza incessantemente per arrivare alla soluzione e poi, una volta trovata, mi sento molto protettivo a riguardo. Quando ho trovato qualcosa che mi piace e che funziona, non sto a ripensarci troppo o spingerla oltre, mi limito ad assecondarla.

La campagna dei grandi magazzini Barneys di New York

Nell’intervista si parla di piattaforme social e delle loro influenza sulla creatività. Turley è abbastanza critico riguardo i social network e li usa sempre meno, non ha più un account Instagram e Facebook. Ha un account Twitter e uno su Tumblr.

Guardare tutti le stesse cose, più che accrescere la creatività, crea omologazione. Sempre più spesso si sente la frase “Oh, non funzionerà per Instagram”: «abbiamo creato un mondo in cui esiste un software in cui possiamo semplicemente inserire un’immagine e poi ricevere un numero, e quel numero ci renderà felici o prenderà decisioni creative per noi. E ne siamo assolutamente bloccati.»

Secondo Turley la Silicon Valley e le piattaforme digitali hanno creato una versione di design di successo con la quale specchiarsi. Tutto assomiglia a Apple o AirBnB, un’identità dove tutti si sentono al sicuro e moderni.

C’è stato un momento in cui la grafica era tutta incasinata, poi è arrivato il modernismo a mettere tutto in ordine. Ora sembra ci sia di nuovo bisogno di rovinare tutto e rendere tutto disordinato:

Perché è proprio questa versione di “moderno” imbastardita — la pulizia, i sans-serif, il tanto spazio, facile, semplice e un po’ senza gioia, ma funzionale — è quello che ci interessa in questo momento. Ed è abbastanza fottutamente facile da fare. Ci sono molte agenzie di design e branding che sfornano sempre la stessa vecchia cosa in varie versioni.

A un certo punto dice: «I like work that just feels a bit wrong».

Una doppia pagina di Bloomberg Businessweek

Turley è passato dalla grafica editoriale, alla tv, all’advertising. Tre ambiti diversi, ma che hanno similitudini nel processo creativo. Ogni volta ha dovuto ricominciare da capo per capire come funzionava quel settore e com risolvere problemi. Per descrivere le sue esperienze lavorative cita Tibor Kalman: «lo stato perfetto di felicità creativa è avere potere e non sapere nulla». Una frase del genere al giorno d’oggi potrebbe essere facilmente fraintesa, ma il senso è quello di avere il potere di prendere decisioni ed essere allo stesso tempo curiosi e aperti. Quella curiosità, apertura e attenzione che si ha quando si sta visitando per la prima volta un posto nuovo. Come scrive un altro noto grafico, Michael Bierut, nel suo libro How To: «your best chance to grow is to do something you don’t know how to do».

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I racconti di Ted Chiang https://ciroesposito.com/articoli/racconti-ted-chiang articoli/racconti-ted-chiang Thu, 09 Apr 2020 00:00:00 +0000 In un’intervista su Electric Literature, Ted Chiang dice che la pandemia del Covid-19 non funzionerebbe come trama di un romanzo. Quello che funzionerebbe di meno, poi, è la pessima gestione di quest’emergenza (operata in quasi tutto il mondo). Vedere all’opera governi del genere minimizza la minaccia, e porta il lettore a concludere che se le persone al comando avessero fatto il loro lavoro il virus non sarebbe pericoloso. Una storia del genere più che un romanzo distopico potrebbe essere una satira politica grottesca.

Ted Chiang è un scrittore di racconti di fantascienza. Scrive poco, «solo quando mi viene un’idea», diceva in un’intervista sul New Yorker. Si considera uno scrittore part-time, il suo vero lavoro è quello del programmatore informatico. In Italia sono state pubblicate due sue raccolte, Storie della tua vita — dal racconto del titolo è stato tratto il film Arrival, di Denis Villeneuve — e Respiro.

In un bell’articolo de Il Tascabile dedicato a Chiang si parla di «fantascienza umanistica»:

Per avvicinarsi al nucleo emotivo dei suoi racconti bisogna sempre attraversare una densa e ossigenante atmosfera intellettuale: la sua fantascienza si muove sistematicamente oltre gli schemi narrativi correnti e spesso il lettore, al di là del carattere tendenzialmente “a tema” e dell’uso di motivi classici, è chiamato proprio a un lavoro di decodifica dell’oggetto scritto: sono i frame, le cornici nelle quali si dispiegano le storie che allora vanno decifrate e comprese, in questo risiede l’interesse di molti racconti: che mondo è, come funziona, cosa significa, cosa cambia e cosa dice del nostro.

Nell’intervista su Electric Literature, Chiang parla proprio degli schemi narrativi delle storie di fantascienza e non:

Le tradizionali storie “del bene contro il male” seguono un certo schema: il mondo inizia come un buon posto, il male si intromette, il bene sconfigge il male e il mondo torna ad essere un buon posto. Queste storie riguardano il ripristino dello status quo, quindi sono implicitamente conservatrici. Le vere storie di fantascienza seguono uno schema diverso: il mondo inizia come un luogo familiare, una nuova scoperta o invenzione sconvolge tutto e il mondo è cambiato per sempre.


Respiro

I racconti di Ted Chiang ti restano in testa per un bel po’. Tutti quelli presenti in Respiro, ad esempio, sarebbero da segnalare per una qualche ragione. “Il ciclo di vita degli oggetti-software”, pubblicato qualche anno fa come romanzo breve; “Il mercante e il portale dell’alchimista”, quasi perfetto, vincitore di vari premi; “L’angoscia è la vertigine della libertà”, con la storia dei prisma quantici; “La verità del fatto, la verità della sensazione”, dove c’è un parallelismo tra un mondo dispotico, con una tecnologia che permette di ricordare tutto, e una società tribale africana dove sta avvenendo il passaggio dalla cultura orale a quella alfabetico. Riporto un passaggio sotto, senza le conclusioni a cui arriva il protagonista del racconto:

Per quanto mi riguarda sarebbe facile affermare che le culture alfabetizzate sono superiori a quelle orali, ma visto che queste parole le sto scrivendo anziché dirle, i miei pregiudizi sarebbero evidenti. Meglio ammettere invece che per me è più facile apprezzare i vantaggi dell’alfabetizzazione e più arduo riconoscere quanto ci sia costata. L’alfabetizzazione spinge una cultura a dare più importanza ai documenti scritto e meno all’esperienza soggettiva, e in generale ritengo che pro superino i contro. I resoconti scritti possono essere soggetti a ogni tipo di errore, la loro interpretazione tende a cambiare, ma quantomeno sulla pagina le parole sono fisse, e questo è oggettivamente un pregio.

Per quanto riguarda i nostri ricordi personali, la mia posizione è opposta. Avendo costruito la mia identità a partire da una memoria organica, la prospettiva di eliminare la soggettività dal ricordo degli eventi mi fa paura. Ho creduto a lungo che per ogni individuo raccontare storie su se stesso fosse un bene, un bene che non può comunque valere per le culture, ma io sono un prodotto del mio tempo, e i tempi cambiano. Non possiamo impedire l’adozione della memoria digitale più di quanto le culture orali possano fermare l’arrivo dell’alfabetizzazione, quindi il meglio che posso fare è qualcosa di positivo in questo.

La copertina della raccolta di racconti di Ted Chiang, Respiro, edito da Frassinelli
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Febbre, di Ling Ma https://ciroesposito.com/articoli/febbre articoli/febbre Mon, 09 Mar 2020 00:00:00 +0000 Febbre è un libro del 2018, scritto da Ling Ma (scrittrice americana di origini cinesi), pubblicato in Italia da Codice Edizioni nel 2019. È ambientato ai giorni nostri, poco prima e poco dopo un’epidemia che trasforma tutti in zombie.

Molte cose si erano rivelate diverse dal modo in cui erano state rappresentate al cinema. Eravamo brand strategist, avvocati esperti in diritto immobiliare, specialisti delle risorse umane, consulenti finanziari. Non sapevamo fare niente, quindi cercavamo tutto su Google. Cercammo “Come sopravvivere in luoghi selvaggi e incontaminati” […] Cercammo “Come accendere un fuoco” […]

Contiene gli ingredienti principali di una storia zombie e post-apocalittica, con alcune variazioni. Gli zombie sono innocui. Chi è contagiato continua a ripetere sempre le stesse azioni, in un loop continuo. La protagonista è Candance, figlia unica di immigrati cinesi. I suoi genitori sono morti, lei vive a New York e lavora in un’azienda che stampa libri in Cina.

Il romanzo si muove tra il prima il dopo dell’apocalisse. Nel libro ci sono molti riferimenti al lavoro moderno nella società che conosciamo, dove è richiesto sempre dedizione assoluta al lavoro. Ling Ma è molto brava nel descrivere il lento cambiamento di una città (New York) iperattiva, iperconnessa e iperproduttiva che non riesce a fermarsi.

Il tempo libero: il problema della vita moderna era la carenza di tempo libero. E alla fine ci voleva una causa di forza maggiore per interrompere la nostra routine. Volevamo solo premere il pulsante di reset. Volevamo solo avere il tempo per fare cose prive di un valore quantificabile, le nostre speranzose attività parallele come scrivere o disegnare o simili, qualcosa di diverso da quello che facevamo per lo stipendio. Come imparare a diventare una fotografa più brava. E anche se non ci saremmo riusciti proprio quel giorno, nel nostro giorno libero, forse ci bastava anche solo assaggiare la possibilità che avremmo potuto farlo se avessimo voluto, che è solo un altro modo per dire che volevamo sentirci giovani, per quanto molti di noi lo fossero eccome.

La copertina di Febbre di Ling Ma, pubblicato da Codice Edizioni
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Gli stati del design https://ciroesposito.com/articoli/stati-del-design articoli/stati-del-design Thu, 06 Feb 2020 00:00:00 +0000 (Quest’articolo è stato originariamente pubblicato nel numero 38 della newsletter Dispenser.Design)

Chi progetta un’interfaccia non si preoccupa solo di disporre gli elementi in maniera coerente e ordinata, ma si preoccupa anche di cosa succede quando un utente ci interagisce. Si preoccupa di cosa succede quando si sta caricando la schermata, quando un utente clicca, quando accede per la prima volta, quando commette un errore, quando esce.

Un errore comune nella progettazione di un’interfaccia è quello di concentrarsi solo sulla schermata ideale, quella piena di contenuti. Lo “stato ideale” è però solo uno degli stati con cui si può presentare un’interfaccia. Scott Hurff, nel suo libro Designing Products People Love, elenca cinque stati:

  • Ideal State
  • Empty State
  • Error State
  • Partial State
  • Loading State
Gli stati del design

Ideal State

Questo è lo stato “ideale”, quello che gli utenti vedranno più spesso ed è quello che contiene tutte le informazioni. Quando si progetta un’interfaccia conviene partire da qui.

Empty State

È lo stato “vuoto”, dove la schermata non contiene elementi. Ci sono tre versioni di empty state: (1) quando accediamo la prima volta; (2) quando cancelliamo volontariamente tutte le informazioni presenti; (3) quando non c’è nulla da mostrare, come ad esempio un risultato di ricerca senza contenuti.

Quando accediamo per la prima volta a un servizio o prodotto digitale la maggior parte delle schermate sono vuote ed è necessario mostrare all’utente cosa può fare e come aggiungere contenuti. Alcuni servizi mostrano esempi di stati ideali, altri guidano passo passo l’utente alla creazione del suo primo contenuto.

Il secondo tipo di stato vuoto è il caso in cui l’utente rimuove volontariamente i dati presenti. L’utente potrebbe aver completato tutte le attività (magari da un elenco di cose da fare), letto tutte le notifiche, archiviato tutte le sue e-mail. In questo caso bisogna progettare una schermata coerente con il tipo di azione compiuta dall’utente.

Il terzo tipo di stato vuoto è quello che appare dopo una ricerca che non ha prodotto risultati. Una possibile soluzione per questo stato è quella di mostrare contenuti simili a quelli digitati, come fa ad esempio Amazon che non mostra mai pagine vuote.

La schermata di una cartella documenti vuota di Paper di Dropbox
La schermata vuota di Todoist dopo aver completato le cose da fare

(Il sito emptystat.es raccoglie molti esempi di “stati vuoti”)

Error State

Gli errori in una schermata possono apparire per varie ragioni. L’utente compie un’azione errata, non è possibile scaricare dei contenuti dal server, la connessione non funziona. Quando si progetta un stato di errore bisogna sempre evitare di eliminare quanto fatto dall’utente, come quando si compila un form con un dato sbagliato e la pagina si ricarica senza più contenuti. Gli errori non dovrebbero mai spaventare o incolpare l’utente, dovrebbero spiegare cosa fare, essere brevi, chiari, diretti e senza gergo tecnico. Insomma evitare l’approccio della famigerata schermata blu di Microsoft.

Partial State

Lo stato parziale è un stato in cui la schermata non è vuota, ma ha ancora pochi elementi ed è lontana dall’essere “ideale”. In questo stato è utile spiegare all’utente come arrivare allo stato ideale, mostrando i passaggi che mancano o le attività da svolgere.

Loading State

Lo stato della schermata in fase di caricamento. Alcuni servizi e prodotti digitali richiedono tempo per caricare tutte le risorse e una schermata bianca (o nera) trasmette un messaggio sbagliato, dando la sensazione che qualcosa è andato storto. La percezione del caricamento è importante. Per molto tempo i designer hanno usato barre di caricamento o spinner che danno la sensazione che il sito sia lento. Agli spinner è preferibile l’utilizzo degli “skeleton screen”, schermate che mostrano la struttura della pagina, con box grigi o colorati che mano mano di riempiono del contenuto reale, come fanno ad esempio Facebook e Pinterest.

La pagina di Facebook quando carica i contenuti

Per approfondire

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