Tab aperte #5
/ Ricominciare, la fine di un’era, l’attrito
Ho sempre letto con interesse articoli, e anche libri, su come organizzare appunti e note. Da qualche parte, non ricordo di preciso, si consigliava di non cambiare spesso strumento. Usare sempre la stessa app per anni è un ottimo modo per essere costanti e tenere tutto nello stesso posto.
Ecco, io ho sempre fatto il contrario. Uso più app, le cambio spesso, cambio sistema, cambio flusso. E puntualmente mi perdo e mi ritrovo a cercare in posti diversi: Drafts, Readwise, Ulysses e chissà dove.
Da poco ho cambiato di nuovo. Per qualche anno ho usato Craft, che continua a piacermi molto, e sto passando a Obsidian. La scusa, quella che sto dicendo in giro, è che volevo lavorare direttamente sui file, possederli (e cito il bel post del CEO di Obsidian, File over app). Non che gli altri programmi non lo permettano, ma girano perlopiù dentro i loro sistemi — sul mio computer o sui loro server, cambia poco. (A un certo punto mi piacerebbe fare anche una versione web delle mie note, ma è un effetto possibile, non il motivo.)
Il fatto è che in realtà ricominciare da capo mi piace. Gli inizi sono sempre la parte migliore. Emergono nuove idee, ci sono nuovi stimoli, c'è più attenzione. Di solito ricomincio quando mi accorgo che ho smesso di fare una cosa senza averlo deciso. Cambiare strumento non risolve niente sul piano tecnico, di flusso o di struttura. Continuerò a prendere male le note e a perderne qualcuna, ma intanto per un po' mi rimetto lì a guardare, che poi è il punto.
In questa fase sto leggendo un po' di cose e ho ancora aperta la pagina di Andy Matuschak sulle note evergreen:
Evergreen notes are written and organized to evolve, contribute, and accumulate over time, across projects.
I principi sono cinque, ma quelli che mi interessano sono due: una nota dovrebbe riguardare una cosa sola, e dovrebbe essere collegata a molte altre. Il resto lo fa il tempo. Quelle note funzionano perché restano lì per anni e si accumulano. E funzionano ancora di più rivedendole, scartandole, riscrivendole. Andy Matuschak ha una routine mattutina, io cambio strumento.
L'archivio e l'attenzione sono due obiettivi diversi e uno senza l'altro non serve a molto. Si prendono note per non dimenticare, ma si dimentica lo stesso, anche archiviando tutto, se poi non ci si presta attenzione.
Ogni volta che ricomincio, riguardo quello che ho salvato. Riscopro qualcosa, cancello tante note, quelle che mi danno la sensazione di essere lì solo a occupare spazio.
È uscita la terza stagione di Silo, se la seguite. Questo blocco però non parla della serie, ma dell'autore dei romanzi da cui è tratta, Hugh Howey. Non sapevo avesse un blog da più di quindici anni, l'ho scoperto finendo su un suo post recente, The End of an Era.
La tesi di base dell'articolo è che per circa vent'anni scrivere è rimasto faticoso mentre pubblicare era diventato facile e quasi gratuito. Lo stesso Howey ha autopubblicato i suoi libri, diventati un successo prima del contratto con una casa editrice1 e della serie tv. Ora anche scrivere è diventato facile, o almeno, accessibile a tutti, chiudendo appunto un'era.
Una delle conseguenze di questo cambiamento è che sarà sempre più difficile provare di aver scritto senza AI. E che i tratti che un tempo erano la firma di una voce formata oggi fanno subito pensare a un testo generato:
I now feel awful for anyone who wants to tell a story post-2026. You will forever be doubted. If you love an em dash the way I do, or you like flowy run-on sentences like I do, if you grew up reading Proust to let the words flow over you in all their glory, if you memorized sonnets so the iambic pentameter would soak into your bones, you're gonna sound like a fucking bot.
Di recente Anthropic ha annunciato che aggiungerà un watermark ai testi che produce Claude. Un watermark che marca il passaggio (il fatto che è stato usato Claude), non la paternità. E per loro stessa ammissione funziona peggio proprio sui testi brevi, sul codice e sul contenuto fattuale, dove le parole tra cui scegliere sono poche. Nelle prove che ho fatto io con i sistemi che invece provano a distinguere a posteriori testi umani e generati, i testi dove non uso l'AI neanche per rileggere finora vengono sempre classificati come umani; sugli altri i risultati sono molto più incerti. Non è una prova di niente, ma sarà sempre più difficile capire dove passi il confine.
La domanda "l'hai scritto tu?" non ha più una risposta secca. Già ora l'AI è entrata nel processo di lavoro, che sia la ricerca, la sintesi di articoli o l'editing di base. Howey racconta nell'articolo di usarla già, non solo per la ricerca, ma anche per altre attività intorno alla scrittura.
Vi ricopio un'avvertenza letta in fondo a un articolo (non quello di Howey):
AI assistance was used lightly for phrasing, editing, and tightening parts of this draft. The article's ideas, structure, examples, and final review are my own.
Marcin Wichary ha scritto un post intitolato Creativity is fundamentally not an efficiency problem. Il titolo da solo dà già spunti e innesca riflessioni. Ci mette dentro due posizioni che sembrano andare in direzioni diverse. Paul Cantrell, l'autore della frase del titolo: il lavoro creativo continua a richiedere la stessa quantità di lavoro, cura e attenzione umana, anche quando la tecnologia elimina le fasi che costavano tempo. Ginger Bill: uno strumento è tanto buono quanto invisibile, fino a quando non emergono i suoi limiti. Non tutti gli strumenti possono fare tutto. Molti scambiano l'attrito dei limiti dello strumento per la parte divertente, confondendo il sentirsi produttivi con l'esserlo.
Wichary tiene insieme le due posizioni:
I think ultimately indeed, the tool does need to disappear, and make you be in charge of whatever speed you want to operate at, and how much friction or difficulty you choose to face.
Quindi non è una questione legata al togliere l'attrito o tenerlo. È chi decide quanto tenerne: la velocità dovrebbe essere una scelta di chi lavora, non l'impostazione predefinita dello strumento.
In un'altra tab c'è una versione più rigida della stessa cosa (non so se però "rigida" sia la parola giusta). La fonderia Mass-Driver, che avevo linkato anche nel numero scorso di questa rubrica, scrive:
A tool that shields us from the friction of the work is compelling, but if we don't experience the friction, we will never change the work.
Loro la mettono così: se nessuno prova più la scomodità, nessuno inventa la soluzione che ancora non c'è. E visto che disegnano caratteri, il salto lo fanno sulla scrittura: chi ha deciso che il tempo dell'invenzione fosse finito?
In un corso che ho tenuto a fine luglio, all'interno di un master, ho dato agli studenti un criterio per fermarsi: ogni contenuto ha un posto, ogni pagina dice dove ti trovi. Senza un criterio, il rischio sarebbe stato di proseguire all'infinito. Sono andati comunque più avanti di quanto avessi deciso.