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Al Design Bomb

Un festival di design a Catania

C’è stato un periodo in cui, durante l’anno, andavo a tantissime conferenze e festival, più o meno grandi. Ci andavo perché mi faceva piacere e anche perché spesso invitavano Tiragraffi, una rivista che parlava di design e comunicazione, a cui ho contribuito per un po’ di anni (ciao Valentina, come stai?).

Quando andavo in “missione” per Tiragraffi facevo quelle che si chiamavano “dirette Twitter” (quando ancora esisteva il feed cronologico e non quello algoritmico) e poi un lungo articolo di report.

Il 23 e il 24 maggio ho partecipato, a Catania, al Design Bomb e sono andato con lo spirito della “missione”. Ho preso appunti durante i talk, condividevo foto su Instagram, con l’idea di scrivere poi un resoconto.

Due organizzatori sul palco del Design Bomb Festival con uno schermo grafico sullo sfondo
Design Bomb Festival

Design Bomb è un festival sul design organizzato dall’agenzia catanese The Wave. Negli anni passati ne hanno organizzato una versione più familiare, nel cortile dei loro uffici. Quest’anno hanno pensato bene di evolvere l’idea, con una sede più grande e due giorni di talk.

Gli ospiti della due giorni erano 16, con esperienze e approcci diversi. Dall’editoria cartacea all’AI, passando per arte, illustrazione, formazione e strategia.


Primo giorno

Il palco del Design Bomb Festival con due speaker e lo schermo con la scritta Design Code Surf
Design Bomb Festival

Francesco Franchi ha aperto il pomeriggio raccontando dieci anni di lavoro a La Repubblica. Durante il suo intervento ha mostrato il lavoro del più corposo re-design del giornale di qualche anno fa, con un’ecosistema stratificato, riconoscibile, con un’energia visiva che non si trova spesso in quel tipo di prodotto editoriale1. Poi è cambiato il direttore e molto di quel lavoro è stato smontato.

Il talk di Davide Cremonesi su un’app, progettata dalla sua azienda per un noto tagliaerba, era potenzialmente interessante, ma avendo avuto poco contesto all’inizio, non sono riuscito a capire subito cosa stavamo vedendo. (Magari il problema è stato mio).

Niccolò Miranda ci ha fatto fare un giro nel futuro. Oculus, metaverso, interfacce spaziali. Sono mondi che conosco poco e non ho tanto da dire. Mentre però mostrava video degli occhiali di Meta mi è venuto in mente un articolo che ho letto qualche giorno fa, dove si parlava del ritorno dei Google Glass e pensavo a quanto siano a un filo dal diventare oggetti di retro-futuro. Perfetti per Fallout o Severance.

Sarah Mazzetti sul palco con lo schermo che mostra una sua illustrazione colorata
Sarah Mazzetti

Ho trovato molto interessante l’intervento di Sarah Mazzetti, anche perché mi piace molto quello che fa e come lo fa. Ha mostrato i suoi lavori di illustratrice per il New York Times, New Yorker e mille altri progetti, anche personali.

Gido Guidotti aveva catturato la mia attenzione già dal titolo del talk, “Com’è l’acqua?”, citando il discorso di David Foster Wallace, Questa è l’acqua. La storiella che introduce il discorso di David Foster Wallace racconta di due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che chiede «Com’è l'acqua, ragazzi?». I due vanno avanti, e a un certo punto uno chiede all’altro: «Cos’è l'acqua?»

Se non conoscete il discorso di Foster Wallace del 2005 – disponibile in vari formati (audio, video, testo), e anche in formato libro – vi invito a recuperarlo. Se già lo conoscete, sapete già dove porta quella storiella. Guidotti l’ha usata per parlare di design strategico, quello che non si vede, ciò che è così presente da diventare invisibile.

Poi è stato il turno di MariStella Ferraro, creative director di Lexroom, un sistema AI per avvocati, con un talk del titolo “L’estetica è morta. Il senso no.” Il concetto mi è stato quasi subito chiaro: in un mondo in cui l’esecuzione visiva corretta diventa una commodity, quello che fa la differenza è il suo senso. Giusto. Ma forse diamo alla parola “estetica” due significati diversi.

L’estetica non è solo come appare, è un po’ anche un posizionamento, l’idea di come può essere rappresentato qualcosa. Senza un’idea di estetica, non penso che il senso ci salverà. Non so se MariStella intendesse questo o qualcosa tipo “le immagini le fa l’AI, le fa bene, noi dobbiamo pensare al senso”.

A me sembra che quello che con l'AI si inflazionerà (e in parte è già inflazionato) non sia l’estetica, ma la conformità visiva. Che non è manco "colpa" dell'AI: ogni software, ogni tecnologia, ha la sua estetica implicita. Ce l’ha Illustrator, ce l’ha Figma, ce l’ha InDesign. Ce l’ha l’AI, con il suo posizionarsi sempre verso la media, verso l’output più probabile, verso ciò che è già stato fatto mille volte2.

Brian Eno l’ha sintetizzato meglio di come potrei fare io:

What you spend nearly all your time doing is trying to stop the system becoming mind numbingly mediocre. You really feel the pull of the averaging effect of AI.3

Anche con Illustrator o Figma la pressione verso la media esiste, ma richiede comunque scelte attive. Con l’AI quella pressione è molto più forte, e la tentazione di accettare il primo output senza obiezioni è parte del problema.

Mentre MariStella Ferraro parlava mi sono appuntato due nomi, che però non sono designer: Martin Parr (con le sue foto), Harmony Korine (con i suoi film e immagini). Con la loro estetica, il loro immaginario, che in molti casi non era neanche formalmente corretto. Era però riconoscibile, come sguardo. L’AI mi sembra riconoscibile come mezzo.

Ha proseguito Cecilia Sammarco con talk autobiografico, fatto di incontri, luoghi, trasformazioni, legato al suo lavoro di illustratrice e artista.

A chiudere la giornata, Lorenzo Foffani, dell’agenzia Dude. Uno showcase dei lavori dell’agenzia, accompagnato da contenuti e ispirazione. Alcuni lavori, che riportavano views enormi in realtà non li avevo mai visti, altri sì, ma non sapevo li avessero fatti loro. Tutti molto interessanti. Metterlo in fondo è stata una scelta intelligente. Peak-end rule, da manuale4.


Secondo giorno

PierCarlo Tozzi intervistato sul palco del Design Bomb Festival con uno schermo che mostra un libro aperto
PierCarlo Tozzi — Behind Creativity

Il secondo giorno si è aperto con un’intervista al moderatore del festival, PierCarlo Tozzi, che non conoscevo. Ha un canale YouTube (Behind Creativity) nel quale intervista e incontra studi di design. Non ho ancora visto un suo video, ma lo farò nei prossimi giorni. Se l’approccio è lo stesso che ha avuto da moderatore e da intervistato sono abbastanza sicuro che mi piacerà.

Anni fa, mi capitò di fare da moderatore a un predecessore del Design Bomb (si teneva sempre a Catania, si chiamava The Creative Dot) e ricordo quanto fu faticoso. Non so se sia stato faticoso per PierCarlo, ma per chi ascoltava è sembrato tutto molto naturale. Le transizioni tra un talk e l’altro sono state tutte morbide ed efficaci, contribuendo decisamente a rendere meno faticoso l’ascolto di 16 talk in due giorni.

È poi salita sul palco Sarah Corti, che ha portato alcune riflessioni su AI e design. A un certo punto mi sono distratto, perché cercavo un caffè. Le slide avevano più di qualche imperfezione formale (niente di grave, ma che negli anni individui al primo sguardo). Ci ha detto che erano state generate dall’AI e a quel punto ho pensato che anche quando l’AI migliorerà ancora, la cura, il “craft”, assieme all’estetica e al senso saranno ancora centrali. Più che nel metodo, nell’approccio.

Poi è stato il turno di Daniele Biancardi, che rappresentava Lettera7, uno studio di design, soprattutto di identità visiva, con sede nella costiera amalfitana. È una di quelle realtà che ti ricordano che il luogo in cui lavori non determina il perimetro entro cui pensi. Clienti locali, radici riconoscibili, ma progetti e idee che non hanno niente di provinciale. Merito dello studio sicuramente, ma anche di una committenza locale più aperta, e di clienti che in generale non cercano solo la prossimità, ma anche un punto di vista.

Gianni Latino sul palco con lo schermo che mostra la slide Contro l'indifferenza del design
Gianni Latino — Contro l'indifferenza del design

È salito poi sul palco Gianni Latino. Qui serve un disclaimer: insegno all'Accademia di Belle Arti di Catania, sono membro del Consiglio Accademico, sono coordinatore del corso di Design della Comunicazione Visiva. E conosco Gianni da oltre 15 anni (andiamo verso i 20). Ora, se vi dico che è stato uno dei miei talk preferiti, voi direte, e grazie. Provo a spiegare.

Nei giorni prima del festival, e anche il giorno prima, ci aveva parlato del suo talk (a me e altri colleghi e colleghe). Era indeciso sul taglio da dare. Poi ci ha detto che aveva avuto un’idea. L'inizio è stato un classic Gianni (almeno per me), con i temi a lui più cari, l’essere progettista grafico, Albe Steiner, l’insegnamento, i libri. Con quella base teorica, e di idee, è passato allo showcase, non personale, ma accademico. Una raccolta di mostre curate da lui, negli anni, con gli studenti del Biennio. Alcuni di questi studenti sono anche gli organizzatori del Design Bomb.

Usare il linguaggio dello showcase per raccontare progetti accademici l'ho trovata un'ottima idea.

Poi è stato il turno di Andrea Carveni, in arte Muten. Lo ricordo in Accademia. È stato un ex studente e Gianni fu il suo relatore di tesi. Mi è sembrata una sequenza perfetta. Ha raccontato della sua carriera tra calcio, moda e musica. Mentre raccontava pensavo a quanto potesse essere d’ispirazione per gli studenti in sala. Sia per una questione di prossimità anagrafica, sia per come ha raccontato il percorso. Ho poi chiesto e mi hanno confermato che l’avevano molto apprezzato.

Non conoscevo Pietro Terzini. Conoscevo però alcuni dei suoi lavori. Approccio molto pratico, e come nel talk di Muten, il messaggio che è emerso è stato: darsi da fare, anche solo per il piacere di fare. Poi le cose arrivano, anche in maniera inaspettata.

Lorenza Liguori ha mostrato lavori video e foto fatti con l’AI. Qui, rispetto a quello che pensavo qualche talk prima, emergeva molta cura ad ogni dettaglio. Video generati dall’AI, con l’estetica dell’AI (dal mio punto di vista) dove però si aveva la percezione che ad avere il controllo fosse Lorenza e non l’AI. E forse questa è un’altra cosa da considerare: oltre l’estetica, oltre il senso, è necessario il controllo. Vale per l’AI e vale per gli altri software.

Stefano Cipolla ha fatto un racconto su giornali e magazine, come funzionano, come sono fatti. Ha mostrato una serie di prime pagine e copertine storiche dell’editoria italiana. Ha poi mostrato alcuni dei suoi lavori, realizzati negli anni in cui lavorava a La Repubblica, Il Manifesto e L’Espresso (dove lavora tuttora). Ha parlato anche del suo recente progetto Grafica Magazine. Una rivista di grafica, con un formato che ricorda un quotidiano, ma con un approccio e una densità da magazine moderno. Esce ogni tre mesi.

A chiudere tutto Enea Rossi di Adoratorio, con una panoramica sui lavori degli ultimi anni, soprattutto legati al gaming. Il titolo del talk era “Quello che scompare non è perduto” e lo showcase mostrava alcuni lavori che sono esistiti per un periodo limitato e poi scomparsi. Come giochi web realizzati per Max Mara, online solo per la durata di una collezione e poi offline.


Se sei arrivata/o fino a quaggiù grazie mille. Come sempre, queste giornate ti lasciano un sacco di sensazioni, anche dopo averne viste e vissute tantissime. Nello scrivere questo resoconto, ho ripreso quello che mi sono appuntato durante gli interventi. Noto una progressione di ragionamento, legata all’AI. Il primo pensiero è legato all’estetica, la conformità visiva. Poi l'AI come strumento che comunque richiede cura. Infine il controllo, da accompagnare all’intenzione e allo sguardo su quello che stai facendo mentre lo fai. Senza controllo, anche le migliori intenzioni potrebbero produrre slop5.

Il palco del Design Bomb Festival con la slide Grazie e il pubblico che applaude
Design Bomb Festival

Grazie The Wave. Grazie davvero. Ci vediamo l’anno prossimo al Design Bomb. Anche se in realtà ci vediamo sicuramente prima.


  1. Scorrendo le immagini sull’account Instagram di Franchi, qualcosa la trovate ancora. 

  2. Se vi va, vi rimando a due numeri di Dispenser sulla questione estetica e funzione: #077 — Espressione, funzione e ricerca; 078 — Espressione e comprensione 

  3. Citazione riportata da Frank Chimero in un suo articolo dal titolo Beyond the Machine (2025) 

  4. Il bias cognitivo che spiega come una persona giudica un evento, non ricordandolo per intero, ma attraverso i picchi e la conclusione. 

  5. Tra l’altro parola dell’anno 2025 secondo il dizionario Merriam-Webster